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Alfano: «I testimoni di giustizia aiutano lo Stato e lo Stato deve aiutare loro»

28 Ottobre 2015

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Ultimo aggiornamento:

Martedì 11 Dicembre 2018, ore 14:06
Il ministro dell'Interno al workshop “Carta dei diritti e dei doveri per la protezione a favore dei testimoni e collaboratori di giustizia”

di Benny Pistone

Non è necessario modificare la normativa attuale sui testimoni e i collaboratori di giustizia perchè ha caratteristiche di ampiezza e elasticità ma sono invece necessari interventi a favore dei protetti per adeguarli alle esigenze che si sono manifestate con maggiore frequenza. Lo afferma il Gruppo di Lavoro, presieduto dal viceministro dell'Interno Filippo Bubbico e composto da magistrati, psicologi, psicoterapeuti, Forze dell'ordine, sociologi e esperti, costituito per svolgere approfondimenti sull'attuale modello di protezione e che ha presentato oggi a Roma, presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, il proprio rapporto nell'ambito del workshop dedicato alla “Carta dei diritti e dei doveri per la protezione a favore dei testimoni e collaboratori di giustizia”.

Presenti al seminario, oltre al viceministro Bubbico, il ministro dell'Interno Angelino Alfano, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo Franco Roberti, il capo di gabinetto Luciana Lamorgese, il capo della Polizia Alessandro Pansa, i capo dipartimento Elisabetta Belgiorno e Luigi Varratta.

La popolazione protetta risulta oggi composta da 1.313 persone titolari delle speciali misure di protezione, di cui: 1.230 collaboratori di giustizia e 83 testimoni di giustizia. Ad esse vanno aggiunti i 4.902 familiari, di cui: 4.631 familiari di collaboratori e 271 familiari di testimoni, per un totale complessivo di 6.215 persone inserite nel circuito tutorio.

«I testimoni di giustizia aiutano lo Stato e lo Stato deve aiutare loro - ha detto il ministro Alfano - non lasciarli soli è un fatto etico, svolgono un ruolo fondamentale. Il gruppo di lavoro presieduto dal viceministro Bubbico è un primo passo significativo per migliorare il sistema di protezione. Dobbiamo continuare a lavorare perchè si trovino soluzioni, ottimizzando le risorse in campo».

«Il rapporto ci offre un ampio spettro di proposte - ha proseguito il ministro - e tra quelle mi piace segnalare quella sulla circolarità informativa tra Servizio centrale di protezione e Commissione centrale». Per armonizzare meglio gli interventi, Alfano si è detto favorevole «a una lettura evolutiva dell'opera della Commissione con quella delle altre istituzioni».

«La missione dello Stato è quella di contrastare il crimine in tutte le sue forme - ha concluso - e questa missione si chiama ordine pubblico. Questa missione è un ideale».

«Il sistema di protezione va aggiornato rispetto alle esigenze che emergono - ha detto Bubbico - la militanza per la legalità è troppo spesso accompagnata da sofferenze, disagi, pericoli».

«Lo Stato impegna grandi risorse finanziarie, umane, strumentali per garantire i protetti - ha proseguito - ma a fronte di questo impegno si registra una crescente insoddisfazione dei protetti stessi. Chi sceglie la legalità pretende il soddisfacimento dei propri bisogni. Di qui la necessità del lavoro del Gruppo, composto da professionisti di straordinario valore, per garantire il massimo rendimento delle politiche pubbliche».

Per il viceministro è necessario «un approccio esigente tra i contraenti: ciascuno senta di essere titolare di diritti ma anche di doveri e obblighi. I doveri non sono un fattore di costo ma un modello attraverso il quale recuperare il proprio ruolo».

«Il sistema di protezione presenta delle criticità non dal punto di vista della sicurezza - ha affermato la presidente Bindi - ma dal punto di vista sociale, di accompagnamento della persona. Gli 80 testimoni di giustizia sono 80 persone, una diversa dall'altra, occorre la personalizzazione degli interventi dello Stato, niente può essere standard».

«Apprezziamo molto il lavoro del governo e sappiamo che condividiamo gli intenti. Ci vuole una riforma che distingua profondamente tra collaboratori di giustizia e testimoni di giustizia - ha detto ancora - una riforma che delinei anche una terza figura border line, che va normata, che non può essere sottratta al legislatore. Si tratta degli imprenditori ambigui, collusi fin quando conviene, e degli appartenenti a famiglie mafiose che di quella appartenenza hanno beneficiato. Il testimone dichiarante deve essere estraneo all'organizzazione mafiosa e lo Stato deve riconoscere unilateralmente il proprio debito verso il testimone».

«Dalla relazione del Gruppo di Lavoro viene fuori un modello relazionale tra Stato e protetti che io apprezzo - ha dichiarato il ministro Orlando - ma nel tempo è cambiato il fenomeno mafioso e così sono cambiati anche i collaboratori di giustizia e i testimoni. Occorre adeguare ai tempi la normativa, ma il governo non ci metterà mano se non per raffozzarla».

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