Ministero dell'Interno

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Marco Minniti agli islamici: i nostri valori prima di tutto

22 Settembre 2017
Colloquio del ministro dell'Interno con Nazione - Carlino - Giorno

di Andrea Cangini

ROMA- All'ora di pranzo, la scrivania del ministro dell'Interno è apparecchiata con gli articoli e le tabelle del nostro sondaggio sui musulmani residenti in Italia.

«Una ricerca seria, interessante e quantomai opportuna», dice Marco Minniti. Lo dice perché è uomo pragmatico, lo dice perché mai come su questo tema lo scontro tra opposte retoriche condanna alla cecità e all'inconcludenza. «Sull'integrazione si giocherà il futuro delle grandi democrazie d'Occidente — osserva infatti il ministro —. Abbiamo, perciò, un forte bisogno di chiarezza e una ricerca così articolata aiuta a far uscire dalle questioni di principio il fondamentale tema dell'integrazione e lo trasforma in una questione concreta su cui riflettere».

CONCRETAMENTE, dunque, che cosa l'ha impressionata di più dei dati che abbiamo snocciolato nei tre giorni passati? «Mi ha impressionato il fatto che su alcune questioni rilevanti come il diritto delle donne allo studio quasi il 60 per cento degli intervistati si sia detto favorevole».

Capisco che il ruolo che ricopre le suggerisca di concentrarsi sulla parte piena del bicchiere, ma a me ha impressionato di più il fatto che il 41% dei musulmani residenti in Italia da anni, e perciò teoricamente già integrati, ritiene che le donne non debbano studiare e perciò essere 'libere'... È a questo punto che Marco Minniti si fa serio, quasi cupo. Ammette la radice «religiosa» del problema, definisce «inaccettabili» certe convinzioni, invoca una «rottura culturale» con i punti fermi dell'identità islamica. E, di fronte al fatto che più della metà dei musulmani 'italiani' teorizzi la supremazia della legge coranica su quella dello Stato, scandisce: «Guardi, non vorrei ci fossero equivoci. Sono profondamente convinto che il grado di civiltà di un Paese si misuri soprattutto attraverso due indicatori: il rapporto uomo-donna e quello tra politica e religione, o se preferisce tra Stato e Chiesa. Ebbene, su questi due punti la nostra linea è e sarà una sola: i nostri valori vanno a tutti i costi assimilati». Parla di assimilazione, Minniti. E non lo fa a caso.

IN ASTRATTO, i modelli sono due. Quello assimilazionista, in base al quale l'immigrato deve necessariamente assimilare i valori di fondo della cultura ospite. E quello multiculturale, in base al quale culture diverse possono e debbono convivere nella diversità. Minniti non crede al multiculturalismo: «Chi ritiene che la donna debba essere succube dell'uomo e la legge dello Stato succube della legge di Dio (la sharia) si pone automaticamente fuori dalla nostra civiltà giuridica. Esistono valori non negoziabili, e su questi abbiamo il dovere di non arretrare».
Bene, bravo, bis. Epperò, come intende il ministro passare dalla teoria alla pratica? Che cosa rischia, realmente, chi «si pone fuori dalla nostra civiltà»? Stando alle percentuali del sondaggio Ipr Marketing, parliamo di circa un milione di musulmani attualmente residenti in Italia. Che fare? «Nei casi estremi — risponde Minniti —, si applica con scrupolo la legge fino a togliere la patria potestà, come è accaduto a quei genitori pakistani che a Bologna hanno rapato a zero la figlia perché considerata troppo 'occidentalizzata'. Ma credo che l'integrazione non possa essere imposta per legge. Se forzassimo la mano sul credo religioso otterremmo risultati opposti a quelli desiderati». Dunque? «La strada è quella della condivisione, della corresponsabilizzazione».
Minniti cita allora il Patto siglato lo scorso febbraio con l'Islam italiano e ne ricorda i punti essenziali: adesione ai valori della Costituzione, moschee aperte a tutti, un albo pubblico degli imam, prediche in italiano, trasparenza sui finanziatori delle moschee. Obiettivo del governo, annuncia, è «passare dal Patto all'Intesa, e ciò presuppone che a rappresentare i musulmani d'Italia sia un unico interlocutore. Non so se si rende conto della portata rivoluzionaria di un simile cambiamento...».
A questo si affiancherà nei prossimi giorni un Piano per l'integrazione che ruoterà essenzialmente attorno a due punti chiave: «Incentivare la conoscenza della lingua italiana e incoraggiare al massimo la formazione culturale a partire, ovviamente, dal ferreo rispetto dell'obbligo scolastico».
Il tutto continuando a collaborare con i Paesi africani interessanti dal fenomeno migratorio.
L'obiettivo, dice il ministro, «è passare dalla fase in cui abbiamo inseguito il fenomeno alla fase in cui lo governiamo». Due le direttrici: «Combattere e stroncare i flussi illegali, consolidare i canali legali investendo in una immigrazione di qualità». Ad esempio? «Ad esempio, facendo selezionare le domande direttamente dalle nostre ambasciate, che avranno anche il compito di insegnare la lingua italiana ai migranti, in modo da creare le condizioni affinché si possano rapidamente inserire non appena arrivati in Italia».

QUANTO al fatto che negli ultimi giorni si siano registrate diverse partenze dalla Tunisia di barconi carichi di migranti, Minniti minimirra: «I rapporti con Tunisi sono eccellenti, la situazione è abbastanza sotto controllo. Non siamo di fronte a una nuova rotta analoga a quella libica e nelle prossime settimane lo dimostreremo».
Sono trascorse quasi due ore, non c'è più tempo per pranzare. Ci siamo, però, nutriti di dati e riflessioni. Ma resta ancora una questione da affrontare, ed è una questione cruciale. Come valuta il ministro dell'Interno il fatto che, pur criticando l'uso delle armi, più di un musulmano su quattro condivida le 'ragioni' dei terroristi islamici? Minniti si appoggia a un ricordo personale. «Ai tempi delle Br— dice — nella sinistra c'era chi considerava i brigatisti dei 'compagni che sbagliano' e chi, come me, sosteneva che non erano affatto 'compagni', perché un compagno non uccide per le sue idee, al limite si fa uccidere. Ecco, rispetto al terrorismo islamico il discorso è lo stesso. Esiste un inaccettabile ed inaccettabilmente ampio 'brodo di coltura' nel quale i terroristi si muovono agevolmente. Sta a noi prosciugarlo».