Ministero dell'Interno

Ministero dell’Interno

Tu sei qui

Minniti: «Evitata un'estate di caos»

9 Agosto 2017
Colloquio del ministro dell'Interno al quotidiano La Repubblica

di Tommaso Ciriaco

FIRENZE. «Il 28 giugno scorso è successo qualcosa, qualcuno ricorda? In 36 ore abbiamo accolto 25 barche e 12.500 migranti. Come dimenticare l'aria che si respirava? Ecco, a quel ritmo il rischio era che ci fossero tensioni fortissime nel Paese. Di più: occhio alla paura, sarà il tema cruciale dei prossimi dieci anni, un nodo cruciale per la vita democratica del Paese». Festa dell'Unità di Certaldo, cinquanta minuti in auto da Firenze. Marco Minniti ci arriva di corsa, dopo un giorno speso a inseguire grafici che segnalano un calo degli sbarchi. «Degli ultimi 1.300 migranti È la strada giusta. E se ad agosto non siamo alle prese con i numeri che si temevano, forse qualcosa è successo...». È successo che il governo ha scelto di tracciare una linea. Di avviare la missione navale in acque libiche. Di stilare il codice di autoregolamentazione delle Ong. E lì, proprio in quel punto, si è aperta una crepa.

Le regole d'ingaggio le decide Minniti. «Mettiamo in chiaro una cosa: non c'è nessun contrasto dentro il governo». Di più: «Non c'è alcun problema con Delrio». Ieri comunque il Quirinale e Palazzo Chigi hanno esaltato l'azione del titolare del Viminale, non a caso. «Se arriva il riconoscimento del Colle e del mio governo sul progetto, fa piacere, è chiaro». L'hanno riacciuffato sull'orlo delle dimissioni, è stato scritto. «Non mi vede? Sono qua, al lavoro. E poi sa qual è la mia filosofia? Vivere la mia vita politica come fosse sempre l'ultimo giorno. Mi muovo così da prima di diventare ministro, le cose possono mutare radicalmente in un momento».

Gli applausi dei "compagni" fiorentini sono carezze dopo giorni duri. La mattina trincerato nel suo studio del Viminale. Il pomeriggio a incontrare un delegato dell'Onu. La sera qui, in piazza. A spiegare e rivendicare il suo progetto. «In sette mesi abbiamo disegnato una strategia. Giusta o sbagliata, per carità, ma c'era un disegno. A gennaio andai in Libia, sembrava fuori dal mondo immaginare Tripoli come un interlocutore. E poi a lavorare per rafforzare la loro Guardia Costiera e a discutere con i sindaci della costa di come stroncare il traffico e programmare investimenti. Adesso la priorità è indirizzare l'impegno dell'Oim e dell'Unhcr verso i centri d'accoglienza in Libia».

Il fotogramma per descriverlo, in queste ore, è quello di sempre, ecco il ministro poliziotto con il cuore a destra e il battito "law and order". «Senta, io queste cose le dico da almeno dieci anni. Nessuna svolta repentina, l'unica è stata quella di diventare ministro».

Un respiro, poi si scava: «La mia è una storia di sinistra, sono entrato nel Pci da ragazzino. Per questo alcune caricature mi infastidiscono. Ero a Gioia Tauro, quando il Pci era in prima linea contro la 'ndrangheta e molti dicevano che non esisteva». Toccò a lui avvertire alle tre di notte la famiglia di un amico, Peppe Valarioti, che era stato ucciso. «Questa è la mia storia. E io sarei di destra? A Reggio Calabria, nel 1980, sulla porta della federazione avevo fatto scrivere: "Qui si lavora, non si fa politica". Era un modo per esorcizzare il fatto che eravamo intrisi di politica e ideologia. Capito cosa intendo, capito cosa sono?».

Intende che la linea è tracciata. E pensa anche che si ricomporrà questa lacerazione profonda, pubblica, quasi sentimentale sulle Ong. Troppo ottimismo? «Altro che criminalizzare le organizzazioni, abbiamo scritto il codice - che per loro è un elemento di garanzia e per noi nel solco di un unanime indirizzo parlamentare - senza mai farla apparire come una mossa del solo governo italiano. Ho coinvolto tutti. A Tallinn ho incontrato i 28 ministri dell'Interno dell'Unione. Quelli di Germania, Svezia, Olanda, dove le Ong hanno un ruolo strutturato nella società. Dovevo parlare 90 secondi, da prepotente calabrese ho smesso dopo venti minuti: tutti d'accordo».

Eppure, adesso si discute della chiusura dei porti: «Chi ha firmato fa parte integrante del sistema di salvataggio nazionale. Chi non ha firmato, no. Naturalmente tutto nel pieno rispetto dei trattati internazionali e della legge del mare. Sabato notte a largo di Lampedusa è avvenuto esattamente questo. E Guardia costiera e Viminale hanno lavorato insieme». E il codice che tanto divide? «Il codice è come doveva essere e mi pare che non ci sia alcuna differenza nel governo. Tu fai il salvataggio in mare e io sono il Paese che accoglie chi hai salvato, si è lavorato per trovare un punto d'equilibrio - che non si impone per legge, badate - tra il principio essenziale di salvare vite umane e quello del rispetto della sicurezza dei cittadini che accolgono».

Il tema semmai è un altro: «Se tu sei "Save the Children" e hai firmato il codice, sei da considerare meno nobile di chi non ha firmato? Per me chi firma con la democrazia italiana gode di una fiducia lievemente superiore». Nulla di personale con Medici senza frontiere, comunque: «Massimo rispetto, ci siamo confrontati e continueremo a confrontarci. E poi io lavoro e lavoro, oggi ha firmato un'altra Ong, giovedì vedremo Sos Mediterranee, magari alla fine firmeranno tutti». Pausa, un sorriso: «C'è più festa in cielo per una pecorella smarrita che ritorna...».

Alla fine, comunque, sarà la campagna elettorale a trascinare brutalmente il tema dei migranti nell'arena, giura Minniti. E non chiederà il permesso. «La sinistra deve stare vicino a chi ha paura, per liberarlo dalla paura. Il populismo sta vicino a chi ha paura, per tenerlo inchiodato ai propri incubi».