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«La sicurezza? Dà fastidio soltanto ai sindaci radical chic»

17 Gennaio 2019
Intervista del sottosegretario all'Interno Stefano Candiani al quotidiano Il Tempo

di Antonio Rapisarda 

Stefano Candiani, classe '71, sottosegretario all'Interno, è una delle figure centrali - nonostante la scelta di mantenere un certo profilo basso con la stampa così come per le apparizioni televisive - nella Lega «nazionale» di Salvini. 
In una lunga conversazione con Il Tempo, assieme al direttore Franco Bechis, il senatore di Busto Arsizio ha rivendicato i risultati dei primi mesi di governo sui dossier caldi dell'immigrazione e della sicurezza senza nascondere gli obiettivi della manovra ma anche il fatto che - sui temi dello sviluppo e del pragmatismo - dai partner a 5 Stelle i leghisti si aspettano qualcosa in più. 

Sottosegretario Candiani, i dati sul contrasto all'immigrazione clandestina premiano il lavoro del Viminale: arginare gli sbarchi è possibile. E questa, citando un celebre spot, la vostra «solida realtà»? 
«Diciamo che è possibile, innanzitutto, dare la certezza ai cittadini che esiste un modo di far politica per cui si prendono degli impegni e poi si mantengono restando coerenti, senza essere ondivaghi. Quello che abbiamo fatto, con Matteo Salvini in primis sul tema della sicurezza, non è nient'altro che azione di buonsenso. Portare chi veste una divisa a sentire lo Stato dalla propria parte e non a sentirsi abbandonato è anch'essa una semplice operazione di buonsenso. Portare delle regole che dicono che chiunque viene in questo Paese, se ci viene in maniera legale e ordinata o viene da una zona di guerra e quindi è profugo ha diritto, mentre chi è oggetto di "commercio" da parte degli scafisti non può arrivare in questo Paese, è un'operazione di buonsenso. Operazione contrastata da qualcuno che ancora non ha capito ma che sta dando la certezza alla gente che gli italiani hanno un governo che pretende per loro rispetto e non fa considerare l'Italia come la discarica dei peccati d'Europa». 

A proposito di Europa. Soddisfatto di ciò che ha detto il commissario europeo per le migrazioni, Avramopoulos, quando ha parlato di condivisione delle priorità con l'Italia? 
«Onestamente? Questo era un incontro che si attendeva da parecchio tempo, però - oggettivamente - questa è un'Europa che sta andando verso la fine. La gestione politica europea, cioè, si avventura verso le elezioni. Preferirei che il futuro Avramopoulos venga il giorno dopo le elezioni, con la certezza di avere qualcuno che sarà un interlocutore anche nei prossimi tempi: perché questi, ormai, appaiono molto viziati da una logica di fine mandato...». 

Pensa che non saranno più questi gli interlocutori? 
«E molto probabile...». 

Come risponde a chi sostiene concetti del genere: «I fautori dell'alternativa, i cosiddetti sovranisti d'Europa, tutto possono fare tranne che mettersi insieme»? 
«Attenzione, prima di ogni cosa è necessario dare una discontinuità alla gestione dell'Europa. Certo, ci dicono, ad esempio, "ma voi siete d'accordo con quelli che ostacolano le politiche di ridistribuzione dei migranti". Ma il denominatore comune con Orban e con gli altri non è la ridistribuzione dei migranti: è quello di proteggere i confini e di dare innanzitutto certezza agli italiani, agli ungheresi e così via, di avere un governo che fa l'interesse dei popoli». 

La protesta dei sindaci di sinistra contro il decreto sicurezza sembra essersi sgonfiata nel giro di pochi giorni, a maggior ragione dopo il vertice fra Conte e l'Anci. Restano sul piede di guerra solo Orlando e De Magistris... 
«Ce ne faremo una ragione. La protesta, come si è visto, non era dei sindaci ma solo dei sindaci del Pd o di quella sinistra un po' radical-chic che cerca in questo momento di avere un consenso dal proprio elettorato, indifferenti anche al fatto di ciò che l'elettorato stesso realmente pensa. Lo dico conoscendo Palermo: è una città totalmente non amministrata, allo sbando. Una città dove i rifiuti restano per strada, dove molti minori non sono nemmeno gestiti dai servizi sociali. Davanti a ciò Orlando ha pensato di creare una polemica per dotarsi di uno scudo politico rispetto a una gestione che ha una radice di decenni, dato che è al suo ennesimo mandato amministrativo. Tutto si può dire, dunque, eccetto che non ci sia una continuità nella cattiva gestione di Palermo. Questi sindaci, dunque, hanno pensato di utilizzare lo strumento del decreto sicurezza per opporsi al governo? Sì, e anche il Pd un po' maldestramente ha cercato di sfruttare questo come momento per richiamare le proprie truppe attorno e proteggersi. La gente, però, è su altri binari, su un'altra dimensione». 

Per giorni è rimbalzata la tesi che dietro l'opposizione dei dem al decreto Salvini ci potesse essere addirittura la regia di Mattarella... 
«Non mi sono mai piaciute le teorie cospirazioniste. Tendo invece ad accreditare soluzioni molto più lineari: Orlando è Orlando, De Magistris è De Magistris. Hanno una loro storia, un modo di fare politica che rende tutto molto più semplice: cercano protagonismo. Magari si prestano per altri ad essere utilizzati». 

Capitolo Battisti. Grandi polemiche da parte di Pd e Forza Italia nei confronti di Salvini e di Bonafede accusati di aver spettacolarizzato il rientro in Italia del territorista dei Pac. Una sorta di «processo» all'accoglienza che ha ricevuto...
«Commento dicendo che adesso Battisti è in Italia ed è in galera e questi invece negli anni scorsi facevano i commentatori con Battisti all'estero, quando stava in spiaggia a beffarsi dell'Italia. Anche qua, si parla di reazioni scomposte: magari poteva essere portato in Patria in una maniera o nell'altra, in aereo o in nave, questo non mi interessa. L'importante è che oggi sia in galera. Ed è un messaggio di serietà e di coerenza questo, nel momento in cui il presidente brasiliano Bolsonaro riconosce l'arresto come un fatto politico importante per Salvini, per l'Italia, per la credibilità del governo: ciò significa, al contrario di quelli a cui piacerebbe descrivere il contrario, che questo è un esecutivo che trova riscontro all'estero. E nel caso Battisti, sì, si sono rotti degli schemi che hanno dato protezione e tutela ipocrita e di sinistra a dei criminali. Venendo meno questi schemi sono un po' tutti in ordine sparso adesso. Ce n'è più di uno secondo me che in questo momento non sta dormendo bene la notte». 

II decreto unico con i due provvedimenti-manifesto, Quota 100 e reddito di cittadinanza, è alle porte. Riusciranno queste due misure nell'intento, nonostante la «stagnazione» evidenziata dallo stesso ministro Tria? 
«Non mi piace festeggiare a priori: occorre verificare i risultati che arriveranno. E ovvio che c'è un'aspettativa che è differente, perché noi abbiamo delle visioni non esattamente collimanti con i 5 Stelle. Di certo, però, l'aspettativa comune è quella di dare al Paese delle risposte: dal reddito di cittadinanza, su cui i 5 Stelle hanno molto insistito, in tanti si aspettano una ripresa dell'economia; noi vogliamo che ci sia altrettanta attenzione rispetto a una previdenza che blocca e tiene inchiodati sul posto di lavoro persone che oggi hanno giustamente il diritto di andarsene in pensione, a maggior ragione con tanti giovani che vogliono e devono entrare nel sistema produttivo. Vale però un discorso: bisogna dare degli stimoli importanti. L'economia va sostenuta, altrimenti non si creano posti di lavoro, non ci sono tasse pagate. Ancora prima di parlare di redistribuzione del reddito bisogna parlare di come crearlo». 

Sulla Tav le resistenze dei 5 Stelle sono sempre meno «passive». 
«Qui c'è un contratto di governo dove abbiamo stabilito delle regole che devono essere seguite. E altrettanto vero che - e questa è parte fondante anche del modo di essere dei 5 Stelle altrimenti resterei stupito del contrario - il popolo, il cittadino, la democrazia diretta hanno la loro importanza e il loro valore. Per questo, nel momento in cui su un'opera come la Tav non ci dovesse essere un consenso politico, è giusto che sia chiesta ai cittadini l'opinione e che siano coinvolti nella scelta su un qualcosa che non riguarda, ricordiamolo, solo il Piemonte o una sua valle, dato che stiamo parlando di opere che sono in grado di influire sull'intera economia del Paese. Per questo motivo, almeno per l'area produttiva che sarà attraversata dalla Tav, un coinvolgimento popolare lo riterrei importante».

Tradotto: se non passa l'analisi costi-benefici e non si trova la quadra sul fantomatico «piano b», si farà il referendum... 
«E perché abbiamo paura del referendum? Io abito a poca distanza dalla Svizzera, dove i referendum vengono fatti anche per strisce per terra sulla strada. Senza esagerare nei termini, si tratta di un Paese nel quale la gente è molto più matura rispetto a quello che a qualcuno fa comodo dire». 

Scusi: e le responsabilità politiche di chi governa? 
«Attenzione, riporto l'origine di come sorge questo governo. Nasce su un accordo all'interno del quale sono state stabilite delle regole tra soggetti che non avevano mai governato assieme ma che insieme hanno condiviso la necessità di dare un governo al Paese per dare le risposte più urgenti. Queste sono state date a partire dai temi più condivisi. Sui punti, invece, dove ci possono essere delle vedute differenti è giusto che ci sia una valutazione. E se è il popolo a essere chiamato a dare il giudizio finale su quale sia la parte dove andare non è un brutto esercizio. È la democrazia». 

Questa strana unione con i 5 Stelle vi ha «migliorati», vi ha staccato dal vostro passato. Il grande boom della Lega è dovuto un po' a questa alleanza? 
«Sono d'accordo e non sono d'accordo. Nel senso che se non avessimo avuto l'opportunità di governare noi non avremmo potuto dare i risultati che stanno consolidando nella gente la certezza di una Lega affidabile come soggetto di governo. E evidente che quello che stiamo facendo è un percorso che fin dall'origine si sapeva che sarebbe stato irto di difficoltà. L'obiettivo, dichiarato fin dall'inizio, è fare una rivoluzione del buonsenso. Ecco, finora è stato possibile. Nel momento in cui non dovesse essere possibile sarà giusto dare la parola al popolo». 

È​ più facile governare con i 5 Stelle o con il centrodestra? 
«Dipende dalle persone che sono al governo. Chi cerca di incasellare tutto negli schemi del passato si sbaglia, perché oggi - ripeto - è tutta questione di buonsenso. Chi fa gli interessi degli italiani per noi è un buon alleato, chi pensa magari di dovere tutelare prima gli interessi di Bruxelles, della finanza, può magari governare con altri, non con noi. Per fortuna le persone di buonsenso sono abbastanza distribuite». 

Lei, fuori dalle responsabilità di governo, è anche commissario della Lega in Sicilia. La ricetta per contendere il Mezzogiorno ai grillini - lì dove il Carroccio sta facendo un grosso investimento - qual è? 
«Non è la Lega ad investire sul Sud ma è il Sud ad investire sulla Lega. Noi abbiamo guadagnato una credibilità da parte di tanta gente del Sud che fino a ieri si era fidata di altri che poi hanno tradito questa fiducia, di una politica che si è dimenticata dei meridionali. Penso alla Valle del Belice, dove ancora oggi assistiamo a una ricostruzione del terremoto vecchia di cinquantuno anni e non ancora terminata. Vogliamo dire, allora, che c'è una politica che ha tradito quei territori? Nel momento in cui la Lega è credibile e affidabile ed ha un progetto politico che si rivolge a tutta Italia e che dice "prima vengono gli italiani" - con un concetto che è lo stesso dell'origine, di "padroni a casa nostra" - è chiaro ed evidente anche al Sud, non solo nell'Italia del Nord e del Centro, sempre di più c'è chi riconosce la Lega come valore aggiunto e sceglie di investire su questa». 

Dalle baracche centenarie dei terremotati di Messina alla ricostruzione per quelli del Centro Italia le risposte da dare sono tante... 
«Dobbiamo rimarginare queste ferite. Questo è un Paese che negli ultimi quindici anni ha fatto una ricorsa per impedire l'infiltrazione del malaffare nella gestione della cosa pubblica, perdendo di vista però il risultato. La cronaca stessa ci ricorda che il malaffare non è uscito dalla politica ma al contrario si è allontanata l'efficacia delle azioni. Per cui ti trovi con soldi stanziati e opere non fatte a distanza di anni. Il percorso deve essere molto serio, dunque, anche in termini di semplificazione dei passaggi amministrativi. Altrimenti il malaffare continuerà ad esserci e i cittadini continueranno ad abitare nelle baracche». 

Sta qui, se vogliamo, la separazione tra Lega e 5 Stelle... A Roma, ad esempio, i cittadini hanno votato il sindaco pensando di superare il periodo di grande malaffare, cercando legalità. Ma dopo due-tre anni, adesso che magari c'è più legalità ma i servizi arrancano, questa storia della legalità rischia di essere percepita come meno importante...
«La legalità è certamente un punto di demarcazione. Poi, però, occorrono pragmatismo e competenza. Bisogna dare discontinuità non solo a livello politico ma anche amministrativo. Nel momento in cui cambiano i vertici ma la struttura amministrativa continua ad essere organizzata nella stessa maniera che non ha prodotto benefici, è difficile che poi arrivino i risultati».

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