Ministero dell'Interno

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«Una solidarietà nazionale per combaltere terroristi e trafficanti di uomini»

3 Ottobre 2017
Intervista del ministro dell'Interno Marco Minniti al Corriere della Sera

Di Aldo Cazzullo

Ministro Minniti, ma lei è di sinistra o di destra?

«Mi sento profondamente di sinistra. Quand'ero ragazzo ho scelto un partito politico...».

Il Partito comunista italiano.

«...E non l'ho mai cambiato; ho contribuito a cambiarlo dall'interno. Con la rottura traumatica ma necessaria dell'89. E con la svolta di dieci anni fa. Se non avessi contribuito allora a far nascere il Pd di Veltroni, l'avrei fatto adesso. Perché il Pd nasce per rispondere alle grandi sfide del mondo globale, come l'immigrazione e il terrorismo. Non è possibile leggere fenomeni così complessi se si ritorna all'identità precedente».

E gli scissionisti, quindi?

«Hanno commesso un gravissimo errore. Un grande democratico americano disse: "Un partito che si batte per i diritti delle minoranze non può essere minoritario; deve parlare alla maggioranza"».

Lei viene da una famiglia di destra?

«Vengo da una famiglia di militari. Mio padre ebbe otto fratelli: tutti e nove fecero i militari».

Combatterono la Seconda guerra mondiale?

«Molti sì. Nell'aeronautica mio padre servì la patria in tutti i modi e i luoghi in cui poteva farlo: Dodecaneso, Spagna, Africa settentrionale, Russia; e, dopo l'8 settembre con gli Alleati. Mio zio era nei diavoli rossi, la pattuglia acrobatica».

L'aeroporto della sua città è intitolato a Tito Minniti: asso dell'aviazione fascista, vero?

«Era anche lui di Reggio Calabria. Fu abbattuto in Africa orientale, decapitato, la testa portata in trionfo dalle truppe del Negus. È medaglia d'oro al valor militare».

Lei alla festa di Fratelli d'Italia ha un po' strizzato l'occhio: la scrivania del Duce, la scrivania di Italo Balbo...

«Non ho strizzato l'occhio; ho raccontato la mia storia. Il testone mi ha sempre perseguitato, l'avevo già a sei mesi. Persi i capelli a 19 anni: non sopportavo il cappellino, trovavo ridicolo il riporto; mi rasai a zero. Quando entrai a Palazzo Chigi come sottosegretario mi toccò la scrivania di Mussolini, da sottosegretario alla Difesa quella di Balbo, sul muro era scritto: "Chi vale vola, chi non vale non vola, chi vale e non vola è un vile". Ma ai giovani di destra ho detto che non devono permettere al morto di afferrare il vivo. Mi viene in mente un verso di Catullo: "Povero Catullo, smettila di fare follie, e quel che è finito consideralo finito per sempre"».

Ma in giro c'è parecchio neofascismo, o no?

«Certo che c'è. Non ho timore di assumere posizioni nette, come quando ho detto alla Camera che una manifestazione che si richiama alla marcia su Roma e al 28 ottobre per me non si può fare. Alla festa di Atreju c'è stato un confronto vero, anche duro. Quando ho sentito dire che il Pci era estraneo alla storia positiva del Paese, mi sono ribellato. E ho rivendicato la funzione nazionale del Pci negli anni di piombo».

Oggi qualcuno la accosta a Pecchioli, il contraltare comunista di Cossiga.

«Lasci stare, Pecchioli era un grande. L'essenziale fu che, quando qualcuno definì le Brigate rosse "compagni che sbagliano", il Pci disse: chi spara non è un compagno. Questo ha consentito alla democrazia italiana di reggere la sfida del terrorismo interno. Di più: ha creato un modello italiano di lotta al terrorismo».

Anche per questo finora siamo stati al riparo dagli Islamisti?

«Certo. Abbiamo un know-how. Sappiamo come fare. Ma la guardia deve restare sempre alta. E la profonda unità delle grandi forze politiche su questi temi dovrebbe essere un valore sentito da tutti».

Una nuova solidarietà nazionale sul contrasto al terrorismo e al traffico di esseri umani?

«Sì. Sui grandi temi di fondo, un grande Paese non si divide. La mia scelta di metterci la faccia, senza entrare nel campo aperto della contrapposizione politica, ha questo significato. Solo così si affronta il tema cruciale della società moderna».

Quale?

«La paura. Perché la paura non va esorcizzata. Non si può far finta che non esista. È un sentimento molto profondo, che a volte viene negato perché si prova disagio a confessarlo; ma c'è. Se tu ti rapporti a un cittadino che ha paura dicendo di non capirlo, di biasimarlo, non lo aiuti. La cultura della sinistra riformista ci impone il contrario: dimostrare al cittadino che abbiamo percepito il suo sentimento; e lavorare per liberarlo dalla paura. Questo ci distingue dai populisti. Che vogliono tenere le persone incatenate alla paura».

Lei ha appena ricevuto il generale Haftar. Chi comanda in Libia? Lui o il premier Serraj?

«Se vogliamo fermare il traffico più inaccettabile che esista, il traffico di esseri umani, dobbiamo stabilizzare la Libia. I trafficanti hanno bisogno di istituzioni deboli, di sovranità sfumata, di controllo del territorio. Noi abbiamo sviluppato un rapporto molto forte con il governo riconosciuto dalla comunità internazionale: il governo Serraj».

Perché incontrare Haftar allora?

«Era giusto fare un passo anche verso di lui, in un percorso di riconciliazione nazionale. Dobbiamo essere riconoscenti per quanto hanno fatto i libici contro lo Stato islamico: per liberare Sirte i giovani di Misurata hanno avuto 500 caduti. La comunità internazionale, Italia compresa, ha un debito verso la Libia, perché siamo intervenuti contro Gheddafi senza avere un piano per la ricostruzione del Paese. Che per noi è strategico: per i flussi demografici; per l'energia; per il contrasto al terrorismo».

Ci sono terroristi in Libia, che potrebbero imbarcarsi per l'Italia?

«Ci possono essere. La situazione è attentamente monitorata. Per l'Isis hanno combattuto 30 mila foreign fighters: la più grande legione straniera della storia. Ora che l'Isis viene sconfitto, i legionari tornano a casa, a piccoli gruppi o individualmente. E qualcuno potrebbe tentare la sorte lungo la rotta dei flussi migratori».

Un grande inviato di guerra del «Corriere», Lorenzo Cremonesi, ha raccolto testimonianze secondo cui il governo italiano avrebbe pagato trafficanti per fermare gli sbarchi. La notizia è stata ripresa all'estero, «Le Monde» ci ha aperto il giornale. Cosa risponde?

«Ho già smentito».

Una smentita di rito.

«Una smentita vera. Noi abbiamo investito in Libia, in Africa. Ma sulla legalità; non sull'illegalità».

A quali investimenti si riferisce?

«Stiamo formando gli equipaggi della Guardia costiera, abbiamo risistemato e restituito quattro motovedette, altre sei le daremo a fine anno: in nove mesi i libici hanno salvato e portato indietro 16.5oo persone. I capi dei Tuareg, dei Tebu e dei Suleiman, le tribù guardiane del deserto, sono venuti qui a Roma a firmare la pace dopo anni di guerre. Un sultano mi ha detto: "Fate sì che i nostri figli non siano costretti a fare i trafficanti". La Libia è vittima del traffico, proprio come l'Italia. Perché nessun Paese può reggere a lungo prosperando su un mercato di esseri umani».

Qual è l'alternativa?

«Riconvertire l'economia libica: voi vi impegnate a sganciarvi dai trafficanti, e noi vi aiutiamo a costruire il futuro. Una scommessa che i sindaci delle 14 principali città hanno accettato. Sono venuti con le slide, per illustrare il loro piano di sviluppo: la tac per gli ospedali, il parco per i bambini; ma al primo punto tutti hanno messo l'assistenza ai migranti. E noi abbiamo coinvolto l'Europa. Per chiudere la rotta balcanica l'Europa ha dato tre miliardi alla Turchia, con la promessa di altri tre; ora deve aiutare anche la Libia».

Qual è la sorte dei migranti nei campi? Testimonianze inoppugnabili parlano di violazione dei diritti umani, stupri, assassini.

«Per noi è un impegno assoluto: non possiamo e non vogliamo voltarci dall'altra parte. È inaccettabile che si riproducano le condizioni dei tempi di Gheddafi. Ma ora l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, è tornata in Libia. E vi ha messo piede l'Unhcr, l'Organizzazione Onu per i rifugiati. Ci sono le Ong. E c'è l'impegno diretto dell'Italia: viveri, medicinali. L'Unhcr ha visitato 27 campi su 29. Ha individuato mille tra donne, bambini e anziani che verranno accolti in Europa».

Una goccia nel mare. C'è stato un voltafaccia dell'Italia, dall'accoglienza ai respingimenti?

«L'accoglienza ha un limite nella capacità di integrazione. Un giovane del Sahara che si mette in viaggio verso Nord è mosso dalla radicale speranza di una vita migliore. Se si rovescia in una radicale disillusione, la sua forza costruttiva diventa una forza distruttiva verso la società che l'ha disilluso. Si arriverà in Italia legalmente, tramite le ambasciate, le richieste, i visti; ma tutto questo sarà possibile se sconfiggeremo l'immigrazione illegale».

E i migranti bloccati nel deserto? Che ne è di loro?

«L'Oim è anche nel deserto, ha cominciato i rimpatri assistiti, ne ha già fatti 7.300. Abbiamo realizzato una cabina di regia con Niger, Ciad, Mali, costruendo un rapporto diretto con tre Paesi da sempre nell'orbita francese. Si deve affermare l'idea che il confine Sud della Libia è il confine dell'Europa. E si sta affermando: gli ingressi sono diminuiti del 35%. Non è un fatto casuale; abbiamo una visione, una strategia. Può essere criticata, presentata come un libro dei sogni; ma c'è. L'immigrazione dev'essere separata dall'emergenza. L'emergenza è l'approccio caro ai populisti, perché crea allarme e paura».

D'Alema la accusa: «Minniti dice di essere tormentato. Ma lui è ministro: dovrebbe agire per mettere riparo alle conseguenze delle sue decisioni».

«Mi pare che in queste due ore di conversazione abbiamo dato una risposta esaustiva a D'Alema».