Ministero dell'Interno

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«Vi racconto la mia missione quasi impossibile»

27 Luglio 2017
Colloquio telefonico del ministro dell'Interno Marco Minniti con il quotidiano Libero

di Pietro Senaldi 

«Guardi che forse lei non mi conosce, io sono un uomo sui generis, non commetta l'errore di omologarmi».

La telefonata arriva presto al mattino e chi la fa ci tiene molto a chiarire che nel suo lavoro non c'è spazio per l'ideologia. L'uomo sa di trovarsi a gestire «un problema enorme, quasi impossibile da risolvere», e vuole far sapere che l'unica stella polare (...) a guidarlo è quella del pragmatismo, coniugato al rispetto dei diritti umani. Dall'altra parte del telefono c'è Marco Minniti. Il ministro dell'Interno ci tiene a fare qualche puntualizzazione in merito al titolo di Libero di ieri, "A chi sbarca 3.000 euro". Non vuole essere ingabbiato secondo categorie o appartenenze politiche. Rivendica di seguire rotte ben definite ma tracciate dalla sua esperienza e dalle sue conoscenze di individuo e ritagliate sulla situazione contingente, non dettate da credi o opportunità di partito.

«Vi leggo sempre con interesse, come si deve con chi sta dall'altra parte, non volevo chiamare ma siccome mi trattate con simpatia, ci tenevo a rassicurarvi: la politica del Viminale non è tesa a favorire l'immigrazione in Italia ma ad affrontare in Africa questa straordinaria tragedia e trovare lì una soluzione definitiva» ci rassicura. Insomma, i rimpatri assistiti di cui abbiamo scritto sul nostro giornale ci sono stati, all'incirca cinquemila dalla Libia, e non è escluso che ce ne saranno altri «per dare una possibilità di vita a coloro che hanno affrontato la sfida dell'attraversamento del deserto», ma non è questa la strategia per risolvere il problema. Tanto meno è in discussione la tesi dell'accoglienza indiscriminata, la politica delle porte aperte a tutti che trova sostegno in ampie fasce della sinistra, oltre che ovviamente nelle Ong e in tutti quelli che sugli immigrati guadagnano, a patto che sbarchino qui senza arte né parte, pronti per essere rinchiusi nei vari Cara di Mineo. Minniti non lo dice chiaramente, ma risalendo dalle sue parole sull'emergenza, si intuisce che l'accoglienza in Italia di qualche migliaio di migranti per lui è un tema marginale rispetto alla drammaticità del fenomeno. Sembra persuaso che nel dibattito politico ci siano troppi elementi che a volte danno l'impressione di allontanare la soluzione. La metafora illuminante dell'approccio del Viminale al problema è calcistica: «L'importante è parare il calcio di rigore» spiega il ministro, «non bisogna guardare le finte ma quello che avviene sostanzialmente di grosso». Fuor di metafora, la palla da fermare è un flusso di milioni di persone, un dramma epocale, che durerà a lungo ed è in costante aumento di numeri per cui servirebbe un miracolo. La situazione è difficilissima e Minniti non lo nasconde a se stesso né ai propri interlocutori. E' persuaso che ci vorrebbe un miracolo per venire fuori dall'emergenza ed è più che mai convinto che perché esso si realizzi «è indispensabile che Europa e Africa lavorino insieme, perché ormai il confine sud della Libia è diventato il confine sud dell'intera Europa».

LA STORIA

L'uomo, l'unico dei tre Lothar del fu premier D'Alema sopravvissuto alla caduta dell'ex leader Ds, è tosto e non lo dice ma la sensazione è che il ripetuto appello del governo all'Europa perché sostenga l'iniziativa italiana e faccia lo stesso sforzo prodotto con la Turchia per fermare i profughi siriani che spingevano verso la Germania nasconda una grande solitudine. «Nessun Paese può farcela da solo» ripete. E non è solo un problema di immigrazione ma anche di lotta al terrorismo. E qui Minniti avalla la tesi che tra i disperati del deserto possano nascondersi anche reduci della sconfitta dell'Isis, visto che «nel momento in cui cade Mosul è possibile una diaspora di ritorno». Macron, è l'analisi del ministro, ha incontrato i due leader libici e lavora a una pace nel Paese, tutela gli interessi della Francia, ma «il presidente francese ha tempo, non ha migliaia di persone che premono ogni giorno ai suoi confini, noi non possiamo permetterci di aspettare mesi, tanto meno di tergiversare fino alle elezioni in Libia, dobbiamo agire subito perché la situazione può andare fuori controllo».

LE TRATTATIVE

Ecco che allora si capisce il senso dei ripetuti, quasi ossessivi, viaggi in Libia dell'inquilino del Viminale, che due giorni fa era a Tunisi, a incontrare i rappresentati di molti Paesi africani coinvolti nel fenomeno, l'Algeria, il Niger, il Ciad, il Mali, ovviamente la Libia. I destini di Europa e Africa sono strettamente connessi nella visione del ministro. Se l'Africa sta bene e cresce, l'Europa sta bene e cresce, se l'Africa non sta bene, l'Europa non sta bene. Peccato che sembra che gli africani al momento l'abbiano capito più degli europei, che si limitano a scaricare il problema sull'Italia. «Segnali positivi ci sono» spiega con ritrovato e convinto ottimismo Minniti, che nelle scorse settimane ha incontrato i sindaci di tredici città libiche tra quelle più coinvolte nel traffico di esseri umani. Gente giovane, molto motivata. Teatro dell'incontro era un albergo molto bello, il Radisson di Tripoli, ex Hotel Mehari, quello famosissimo di Gheddafi, ma la scena si sarebbe potuta benissimo svolgere a Berlino o Londra. Si sono presentati ciascuno con le sue slide a illustrare i loro progetti di sviluppo e hanno garantito tutti il loro forte impegno a combattere i trafficanti di uomini e a rompere qualsiasi tipo di legame con la criminalità. «Sono calabrese, so bene che uno può dire una cosa e pensare il suo esatto contrario ma ho avvertito un'aria nuova in Libia», spiega l'inquilino del Viminale, secondo cui c'è una classe dirigente che vuole farsi avanti. Certo, molti saranno anche vecchi arnesi di Gheddafi che vogliono riciclarsi ma non è il caso di badare al sottile. «Faccio mio l'insegnamento del Grande Timoniere, Mao Tse Tung: "Non mi importa se il gatto è bianco o nero, mi importa che prenda il topo"» chiosa Minniti, ponendo come principio fondamentale per ogni collaborazione l'impegno a rispettare i diritti umani dei migranti. In cambio della gestione dei flussi, questa gente ci chiede aiuti, Tac negli ospedali, migliorie nelle loro città, tutto sommato meno di quanto pretendeva Gheddafi.

È un'opportunità che non possiamo perdere: i migranti vanno fermati in Libia e lì bisogna provare a dare una risposta ai problemi che li fanno scappare dalle loro terre. Un po' come fece il Cavaliere con Gheddafi, prima che tutto precipitasse, anche se Berlusconi con il Colonnello allora, come oggi la Merkel con Erdogan, aveva il grande vantaggio di avere un interlocutore unico, lui invece deve mettere d'accordo decine di teste diverse, che spesso neppure si amano troppo. E qui torna il tema della solitudine: Minniti sembra l'unico in Europa a preoccuparsi dell'emergenza e uno dei pochi a riuscire a valutarla nella sua reale drammaticità. Non può contare su molti. I leader europei prendono tempo, sottovalutano, giocano partite nazionali, il governo non riesce a dargli il sostegno che servirebbe, la sinistra si spacca in beghe filosofiche, i sindaci italiani continuano a ribellarsi ai prefetti che vorrebbero riempire i loro Comuni di profughi. Da questa parte del Mediterraneo pare assurdo, ma forse i collaboratori su cui può contare di più il Viminale sono libici anziché italiani, e comunque sicuramente non europei. Quantomeno sembrano avere più interesse a risolvere il problema e non possono voltarsi dall'altra parte.

STRATEGIA

Le parole chiave sono cooperazione e investimento, progetti concreti per creare un'economia in loco. «E' un'impresa al limite dell'impossibile ma possiamo farcela». Non si stanca di ripeterlo Minniti, completamente dedito al compito, quasi fosse l'unica missione del suo dicastero e quanto mai preoccupato di trasmettere la consapevolezza che la soluzione passa da un'analisi della realtà da farsi con i piedi ben piantati per terra, senza gettare il cuore oltre l'ostacolo per poi trovarsi sovrastati dal proprio buonismo. L'unica strada secondo il Viminale sono i progetti di lungo periodo di gestione dei flussi e la creazione di un'economia in Africa. Nessuna ambizione a importare migliaia di migranti e implementare il business dell'assistenza in Italia, tantomeno a dare uno stipendio a chi arriva o un premio per lo sbarco. L'azione del governo si articolerà fondamentalmente su tre direttrici: fermare i migranti al confine meridionale della Libia senza creare campi lager, creare condizioni di sviluppo e inserimento nei luoghi di partenza, agire immediatamente e con la collaborazione di tutti.

Nessun intento polemico, ma il messaggio è chiaro anche per le associazioni di volontariato nostrane, che semplicemente Minniti non cita e non considera parte del problema, tantomeno della soluzione, e per le navi delle Organizzazioni non governative, che invece il ministro cita di sfuggita e solo perché gli servono a esaltare i meriti della Guardia Costiera libica, che ha cominciato a muovere i primi passi secondo gli accordi. Tanto che l'altro ieri, mare piatto, bellissima giornata, i libici hanno recuperato in mare 280 migranti. «Su Libero avete auspicato il blocco navale, ma fate attenzione, parlare è un conto, quando però poi ci sono i morti le cose cambiano» conclude il colloquio il titolare del Viminale. E qui la memoria corre alla tragedia del 1997, quando il governo Prodi attuò il blocco nei confronti delle navi che arrivavano dall'Albania. Allora la corvetta italiana Sibilla sbagliò manovra e speronò una carretta del mare provocando oltre cento morti. ll capo dell'opposizione era Berlusconi, che si precipitò in Puglia, pianse davanti alle vittime e assunse in Fininvest i sopravvissuti, che a quanto risulta ancora lavorano per lui.