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La storia - Il primo dopoguerra e il pericolo fascista

L'Ufficio Centrale di Investigazione del Gasti (1916)

Foto 11Nel settembre del 1916 venne costituito presso la Direzione Generale della P.S. un "Ufficio Centrale di Investigazione", affidandolo a Giovanni Gasti, all'epoca vice questore di recente nomina, che riuscì, con riconosciuta abilità, a gestire nel difficile periodo della guerra quello che può essere considerato il primo apparato di polizia politica impostato su criteri moderni e a livello centrale.

Per sottolineare il notevole profilo del Gasti basterà rammentare il suo famoso rapporto su Mussolini ed i fasci di combattimento (giugno 1919), che lo storico Renzo De Felice definisce "nel suo genere un modello, sia dal punto di vista informativo, sia per l'equilibrio, niente affatto formale e burocratico, delle parti che lo compongono, sia infine, per i suggerimenti in esso contenuti... ".

I compiti dell'"Ufficio Centrale di Investigazione" erano strettamente correlati ai problemi ed alle dinamiche del periodo bellico e consistevano quindi essenzialmente nel perseguire il disfattismo e lo spionaggio straniero. Ma più in generale, l'organismo seguiva l'attività di quei partiti considerati pericolosi ai fini della sicurezza dello Stato e, quindi, l'attenzione era rivolta in ispecie, oltre che a repubblicani e socialisti, anche al nascente "pericolo bolscevico".

Di fatto, la centralità della struttura del Gasti, la sua dipendenza diretta dal Direttore Generale della P.S., la competenza a livello nazionale, l'agilità di azione e la disponibilità di una discreta rete di informatori, ne fanno un primo concreto tentativo di impostare su basi professionali e strategiche l'attività di polizia politica.

 

Dalla CEKA fascista all'OVRA

Foto di repertorioSi dice che Mussolini, profondamente irritato dal discorso di Matteotti alla Camera, esclamasse: "Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell'uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare... ". Si sa come andarono poi le cose, ma ciò che qui si vuole porre in evidenza è quell'accenno di Mussolini alla Ceka, nome con cui era conosciuta la polizia politica rivoluzionaria sovietica costituita nel 1918.

Proprio poco tempo prima del delitto Matteotti (10 giugno 1924), era stato lo stesso Mussolini a volere una Ceka fascista e cioè una polizia segreta di partito, cui affidare compiti informativi può immaginarsi di quale natura e E' inevitabile che in tutte le dittature la polizia politica "istituzionale" ereditata dai passati governi, pur se epurata non venga ritenuta sufficientemente affidabile o bastante a vigilare sulla sicurezza del regime e ad essa si preferisca sovrapporre una struttura interna al partito dominante, sua diretta emanazione, fatta di fedelissimi. La segretezza allora da semplice cautela di cui si circonda abitualmente la polizia politica per garantire la riservatezza del proprio operato o la sicurezza dei propri uomini, si traduce in una sorta di clandestinità per assicurare agli agenti impunità e libertà di azione. La Ceka fascista non fu, comunque, una struttura sofisticata e professionale ma poco più che una squadraccia di "bravi" di regime, che si resero protagonisti di violenze di basso livello, fino ad incappare per eccesso di zelo, approssimazione e gratuita brutalità nell' "incidente" Matteotti, che rischiò di travolgere Mussolini.


Emblematica della commistione di ruoli tra Milizia, polizia e Ceka e dell'esistenza quindi di strutture "parallele" a quelle ufficiali, era la circostanza che De Bono, primo capo della Polizia fascista, fosse al tempo stesso comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Le disastrose conseguenze del delitto Matteotti segnarono anche la rapida fine della Ceka, i cui membri finirono nel 1926, bene o male, innanzi ad un Tribunale, sia pure cavandosela con lievi pene.

Dopo una parentesi, alquanto breve, di Francesco Crispo Moncada, l'incarico di Capo della Polizia venne affidato ad altro prefetto di carriera, Arturo Bocchini che fu per gran parte del periodo fascista (1926-1940) personaggio centrale e di notevole spessore nelle politiche e nelle strategie di sicurezza del regime.

Pare che Bocchini non ebbe alcuna perplessità nel manifestare all'inizio del suo lungo mandato la convinzione che nessuna dittatura può vivere senza un efficiente apparato di polizia politica.

Conseguentemente a tale tesi, più che motivata, Bocchini dette l'avvio ad un sistematico controllo non solo di ogni forma di opposizione al regime o di dissidenza, ma ad una sorta di spionaggio generalizzato che faceva sentire continuamente scrutata anche la gente comune.

Per concretizzare un programma del genere erano necessarie due cose: una fitta rete di informatori; un organismo riservato e formato da uomini di provata lealtà al regime, in grado di gestirle e sviluppare la conseguente azione.

Si va a rapidi passi verso l'OVRA, come sezione specializzata di un più vasto apparato di polizia politica, che verrà meglio illustrato più avanti.

Secondo quanto riferisce Guido Leto, l'ultimo dei capi di questo complesso apparato, sarebbe stato lo stesso Mussolini a coniare la sigla OVRA il cui significato non è stato mai pacificamente chiarito visto che per alcuni essa stava a significare "Organizzazione di vigilanza e repressione antifascista", per altri "Opera volontaria di repressione antifascista" o ancora "Organo di vigilanza dei reati antistatali".

Esiste però una relazione dell'ispettore generale NUDI in data 22 settembre 1931, in cui l'OVRA viene definita Organismo di Vigilanza e Repressione e, in questo caso, si tratterebbe solo di completare la denominazione ufficiale, attribuendo uno dei significati già espressi alla sola lettera A . Le cose non cambiano molto nella sostanza e si dice che il "duce" si sentisse appagato più che dal significato, dalla maniera oscuramente intimidatoria in cui questa sigla suonava .

Era stato l'attentato di Anteo Zamboni a Bologna (1926) a fornire l'occasione di un nuovo giro di vite: pochi giorni dopo l'episodio, infatti, il Consiglio dei ministri dispose lo scioglimento di tutti i partiti, associazioni o organizzazioni contrarie al regime, ed istituì il confino di polizia per quanti avessero "commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti sociali, economici o nazionali costituiti nello Stato o a menomare la sicurezza o a contrastare od ostacolare l'azione dei poteri dello Stato".

Guido LetoIl 25 novembre 1926 fu approvata la "legge di difesa dello Stato" ed istituito il Tribunale speciale, composto da un generale e 5 consoli della milizia. Diffida, ammonizione e confino sono gli strumenti di cui si avvarrà per il futuro la polizia politica riorganizzata come si dirà più avanti. Con la stessa legge fu introdotta la pena di morte.

Il primo nucleo dell'OVRA nacque con l'istituzione a Milano nel 1927 di un "ispettorato speciale di Polizia", con tutte le caratteristiche di mimetizzazione tipiche di un organismo segreto, sia per quanto attiene alla sede sia alle persone che vi lavoravano (si nascondeva, infatti, sotto la sigla di una "vinicola meridionale", con funzionari e collaboratori che assumevano generalità di copertura).

La direzione fu affidata al già citato ispettore Francesco Nudi, che restò nell'ombra così come il nuovo organismo fino al dicembre 1930, allorché l'agenzia Stefani diramò, secondo le indicazioni dello stesso Mussolini, la notizia che la sezione speciale OVRA della Direzione Generale della P.S. aveva "scoperto un'organizzazione clandestina che ordiva delitti contro il regime".

Fu in questa circostanza che il "duce" avrebbe suggerito di estendere ad altre regioni l'iniziativa felicemente sperimentata a Milano perché, come riferisce Leto, "desiderava che la polizia avesse un serio controllo - tentacolare come una piovra - in tutto il territorio del Paese". Di qui il comunicato dell'Agenzia Stefani, in cui per la prima volta compare la sigla sinistra dell'OVRA, voluta da Mussolini. Ma nel carteggio riservato custodito negli archivi del Dipartimento della P.S. figurano già nel dicembre 1927 precisi riferimenti al primo nucleo dell'OVRA impiantato a Milano ed ai motivi che avevano ispirato l'iniziativa.

In un appunto del Capo della Polizia Bocchini al Ministro, infatti, nel sottolineare la gravità della minaccia comunista per il regime, si dice che "la direzione generale della pubblica sicurezza, avocando a sé anche l'attuazione dei servizi, attrezzò un organo esecutivo snello e quanto mai mobile affiancato da pochissimi e sceltissimi fiduciari", dislocandolo a Milano, ritenuto il centro più importante dell'attività clandestina del partito comunista.

Peraltro, la Direzione Generale della P.S. aveva subìto, nel 1927, un riassetto che prevedeva, tra gli altri settori, una "Divisione polizia politica", anche in conseguenza delle innovazioni introdotte dal T.U. delle leggi di P.S. del 1926, poi seguito da quello del 1931, tuttora in vigore, sia pure con ampie modifiche o abrogazioni di norme.

Dal nuovo quadro normativo e dalle circolari applicative della Direzione Generale della P.S. emerge, tra l'altro, una dilatazione del concetto di ordine pubblico, fino a comprendervi il pacifico sviluppo degli ordinamenti politici, sociali ed economici del Paese, così come la "buona condotta" comportava una valutazione anche delle tendenze e dei comportamenti politici delle persone, che erano altrimenti bollate col marchio di "sovversivo" o di "sospetto in linea politica".

Una delle prime preoccupazioni di Bocchini fu dunque la riorganizzazione e il potenziamento della polizia politica, incardinandola nella "divisione affari generali e riservati", e articolandola in tre sezioni: movimenti sovversivi, ordine pubblico, stranieri.

L'OVRA era formalmente una componente della prima sezione che si occupava di movimenti, stampa e associazioni sovversive, e di stranieri.

La affiancarono altri due uffici ad essa complementari e cioè il casellario politico centrale e l'ufficio confino politico.

Osserva la Carucci nel saggio già citato che l'esistenza di un organismo specialistico e riservato, con diramazioni sul territorio, non impediva che l'intero apparato di polizia svolgesse anche compiti di polizia politica, così come il regime voleva e Bocchini intuì fin dagli inizi del suo mandato.

La riorganizzazione della Polizia politica secondo gli indicati criteri, consentì a Bocchini anche di contenere e ridimensionare a livello locale le velleità inquisitorie della Milizia, che svolgeva, parallelamente alla P.S., oltre a varie funzioni di polizia (di frontiera, stradale, di controllo dei confinati) anche investigazioni politiche in contatto con i vertici del PNF, con i prefetti e con i ras del partito nelle provincie. Ma certamente, lo scopo che Bocchini si era prefissato con la creazione dell'OVRA era di centralizzare in un organismo sotto il suo diretto controllo l'attività di investigazione e di repressione sui sovversivi, spaziando con grande libertà sull'intero territorio nazionale ed all'estero, senza le pastoie delle competenze territoriali e con moduli operativi speculari (clandestinità, mobilità) rispetto a quelli adottati dall'avversario di maggiore spessore e cioè dal partito comunista.

A qualificare ulteriormente la natura assunta dalla polizia politica fascista interviene il 2 aprile 1936 la sigla di un protocollo segreto d'intesa tra Himmler, capo della Gestapo e Bocchini, che Renzo De Felice ha giustamente indicato come il primo solido anello dell'alleanza tra due regimi desiderosi di coalizzarsi contro gli avversari politici interni.

Il Casellario Politico Centrale, ove si andavano via via accumulando dati ed informazioni su un numero crescente di "sovversivi" era stato frattanto ulteriormente implementato con la cosiddetta "cartella biografica", nella quale venivano raccolte, secondo formulari dettagliati, notizie attinenti alla cultura, alle attitudini ed capacità professionali dei dissidenti; alle loro caratteristiche fisiche, psichiche e di carattere (eccitabilità, irritabilità, suggestionabilità etc.) e, infine, alle cosiddette "tendenze morali", che spaziavano dalla oziosità fino alle tendenze sessuali.


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