Un anno fa il primo lockdown locale: l'ex prefetto di Lodi: «Fu una decisione difficile ma vitale»  

Codogno (LO), dopo la riapertura della zona rossa (marzo 2020)
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Imagoeconomica
20 Febbraio 2021
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Ultimo aggiornamento
Sabato 20 Febbraio 2021, ore 17:20
Il 22 febbraio 2020 si realizzava la prima zona rossa  in Italia per dieci comuni della Bassa Lodigiana

«Fu una decisione difficilissima, ma in accordo con il sentimento degli stessi cittadini che rappresentavo. Chiudere in casa 47 mila persone in 10 Comuni, controllandole con i militari e istituendo check point alle uscite, non si decide a cuor leggero. Con il senno di poi il sacrificio di quei lodigiani è servito: ha permesso al sistema sanitario di organizzarsi e ha rallentato la propagazione immediata del virus». È il ricordo di Marcello Cardona, ex prefetto di Lodi, - intervitato oggi da il "Corriere della Sera"- di quel 22 febbraio di un anno fa, quando fu costretto a rinchiudere quasi 50 mila persone della Bassa Lodigiana per evitare che un virus, allora quasi sconosciuto, si propagasse in tutto il Paese.

Ed eccolo il ricordo nella concatenarsi degli eventi: «Ho iniziato a fare il prefetto dopo decenni sulla strada come questore. La scoperta del paziente del paziente "uno" fu uno choc che mi proiettò ancora una volta in prima linea. Ricordo che il mio primo pensiero fu: "Ma proprio qui doveva succedere?". Fu un attimo, bisognava subito prendere decisioni operative. La prima telefonata fu del capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Subito dopo mi chiamò il ministro Lamorgese. Noi tre formammo la prima unità di crisi contro il Covid, a cui si aggiunse poco dopo il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Il suo apporto fu fondamentale perché da lodigiano conosceva bene il territorio e perché sbloccò subito l'invio dell'esercito e del personale medico militare».

Gestire per due settimane gli approvvigionamenti per quasi cinquantamila persone private dei servizi fondamentali fu difficle, come ammette lo stesso prefetto: «Fondamentale fu l'aiuto degli amministratori locali, che fecero capire ai loro concittadini che le decisioni erano prese nel loro interesse. Poi c'era la ritrosia delle categorie che dovevano garantire i servizi anche più semplici, come il rifornimento di cibo e di medicine. Non volevano nemmeno avvicinarsi ai check point, avevano paura. Per fortuna riuscimmo a mettere a punto un sistema di consegne in sicurezza. Poi bisognava pensare al ritorno all'attività delle grandi aziende, ma anche degli agricoltori cui concedetti subito deroghe».

Il prefetto Cardona ricorda poi il «momento più duro» quando in piena zona rossa, la centrale operativa della prefettura finisce ko causa Covid, compreso lui, il reaponsabile della struttura. «In terapia intensiva capii davvero cosa stava succedendo, avevo paura che potesse toccare a me. Mi ha tenuto vivo la voglia di tornare al mio posto. E ringrazio il ministro Lamorgese che anche nella malattia mi ha chiamato ogni giorno». 

Un anno dopo, «speriamo che il vaccino sia la risposta definitiva. E che nessun collega debba più decretare una zona rossa come quella di un anno fa nella Bassa Lodigiana».