Infiltrazioni criminali nell’economia: differenziare gli strumenti di contrasto

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6 Aprile 2021
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Ultimo aggiornamento
Martedì 6 Aprile 2021, ore 20:42
L'attività di prevenzione antimafia della Dia anche in vista dell'arrivo dei fondi europei

In vista dell’arrivo dei fondi europei destinati alla ripresa economica del Paese, è sempre alta l’attenzione contro possibili infiltrazioni mafiose nel tessuto imprenditoriale nazionale.
 
La proposta normativa sulla quale sta lavorando la Direzione investigativa antimafia (Dia), guidata da Maurizio Vallone, mira a differenziare gli strumenti di prevenzione per aumentare complessivamente l’efficacia del sistema, senza perdere di vista la gravità del fenomeno. Di conseguenza, quando nei confronti di un’impresa vi è il “solo” sospetto che sia permeabile alla mafia, l’idea, ancora al vaglio degli uffici legislativi, è quella di ricorrere a interventi meno invasivi dell’interdittiva, con controlli che seguano l’eventuale commessa passo dopo passo senza estromettere dalla gestione il titolare dell’impresa.
 
A sostegno di questa possibilità, spiega il direttore della Dia, l’esistenza di «casi in cui i nostri Gia (i Gruppi interforze antimafia istituiti presso le prefetture) si trovano in difficoltà perché sono consapevoli che un’interdittiva basata sulla mera percezione di contiguità tra impresa e mafia non reggerebbe a un ricorso». Ricorso che, prosegue il direttore, «è quasi automatico e può durare da dieci mesi a due anni, fermando o rallentando i lavori».
 
«I casi più scivolosi – prosegue Vallone – sono due: aziende con centinaia di dipendenti dove un paio di lavoratori sono parenti di mafiosi oppure piccoli imprenditori vittime di racket che se dovessero vincere un appalto, magari grazie al Recovery plan, attirerebbero ulteriori appetiti criminali. Come giustificare davanti a un Tar un’interdittiva contro un’intera azienda per la presenza di parenti o contro una vittima di estorsione che lo Stato non è stato in grado di proteggere? Dobbiamo intervenire in maniera diversa, non possiamo permetterci di bloccare tutto nei tribunali perdendo così i fondi europei».
 
Occorre quindi dotare i prefetti di uno strumento aggiuntivo, duttile e a prova di intervento dei TAR, che contempli la indispensabile prevenzione antimafia con la necessità di spendere, in maniera congrua con i tempi che verranno dettati dalla Commissione Europea, i fondi che saranno a disposizione del nostro Paese. Sicurezza ed efficienza dovranno essere le parole d'ordine della prevenzione.
 
Stando ai dati raccolti dalla Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia - istituita dal Codice antimafia ed entrata in funzione a gennaio 2015 - negli ultimi cinque anni i provvedimenti interdittivi (comprensivi sia di comunicazioni sia di informazioni antimafia) sono quasi triplicati passando da 733 nel 2016 a 2.130 nel 2020.
 
Nel solo anno della pandemia le interdittive sono cresciute del 38,2 per cento rispetto al 2019 (1.541), segno secondo la Dia «della maggior attenzione degli organi competenti nel fronteggiare una chiara tendenza al rialzo dei tentativi di infiltrazione mafiosa in una economia in seria difficoltà».