Milano, un anno dopo. Il prefetto: «Così è iniziata la lotta contro un nemico sconosciuto»

Milano
20 Febbraio 2021
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Ultimo aggiornamento
Sabato 20 Febbraio 2021, ore 11:57
«Vedo la luce in fondo al tunnel, ma bisogna essere cauti». Nella gestione dell'emergenza «siamo rimasti concentrati: chi ha ruoli di responsabilità ha il dovere di non avvilirsi mai»

Un anno fa, a Codogno, arrivava la conferma del primo paziente positivo al tampone del Coronavirus e una telefona all'una di notte al prefetto di Milano. Renato Saccone ripercorre la vicenda in una intervista a "Giorno Milano" e il cammino fatto da allora, proprio da quella chiamata che lo trovò sveglio. 

Da quel momento, racconta il prefetto, «è iniziata la battaglia contro un nemico sconosciuto e non dimensionabile. Una serie continua di incontri e riunioni per organizzare la macchina, ci siamo trovati a operare in un contesto del tutto inaspettato. Le prime settimane sono state dedicate a informare e orientare le persone.

Le direttive che facciamo - informa il prefetto - sono indirizzate a categorie precise, e comunque a un numero definito di cittadini. In quel caso, il messaggio doveva arrivare a tutti: bisognava avere una voce unica, sempre utile nei momenti di difficoltà, e  in quel frangente è stato fondamentale il ruolo delle forze dell'ordine, che hanno fatto da tramite durante il lockdown.

È stato un momento di grande difficoltà: eravamo tutti in affanno, abbiamo dato una mano a reperire i dispositivi di protezione individuale, che scarseggiavano all'epoca. Guardavo dati su dati e vedevo il dramma di una generazione che se ne stava andando. Abbiamo stretto i denti per evitare di essere travolti».

Poi è arrivato del lockdown. «Un periodo di sospensione di due mesi, anche se tanti hanno continuato a lavorare: penso ai servizi essenziali, alla sanità naturalmente, ai lavoratori di Atm e Amsa, agli operatori delle forze di polizia, ai supermercati, a voi giornalisti, alle industrie che hanno proseguito l'attività perché funzionali alla gestione della pandemia». 

Sui controlli e il rispetto delle regole, con poche sanzioni in rapporto al numero delle persone «l'ordine in queste situazioni - sottolinea Saccone - lo fa il comportamento consapevole: è chiaro che se tante persone decidono di non rispettare le regole, non ci sarà mai forza pubblica sufficiente per contenerne le violazioni. E invece la stragrande maggioranza dei cittadini si è comportata in maniera corretta. Così come i titolari delle attività che hanno continuato a lavorare. Quando i destinatari delle misure sono tanti, la sanzione è puntuale e va a colpire in modo mirato i comportamenti incoscienti o in malafede». 

Poi è arrivato il 4 maggio ed «è ripartita tutta la filiera: abbiamo ricevuto in prefettura circa 20mila mail di aziende - ricorda il prefetto - che stavano riprendendo a lavorare. I servizi privati hanno dimostrato sin da subito che erano pronti a ripartire, facendo leva sullo smart working: se una torre che prima ospitava migliaia di dipendenti si svuota, questo non vuol dire che quell'azienda si sia fermata. In quel momento, eravamo a metà di un percorso di 100 giorni, fino al 4 giugno: sempre qui, coi miei collaboratori, un'unica squadra, ininterrottamente. Può sembrare un periodo lungo, ma in realtà è come se fosse durato solo un giorno». 

«Se sei concentrato sulle cose da fare - confida il prefetto -, non si pensa che le difficoltà da affrontare siano troppe: credo che chi ricopre un ruolo di responsabilità abbia il dovere di non avvilirsi e di continuare sempre a lavorare. Devi riuscire a guardare oltre, non devi avere cadute. Tornando indietro con la mente, in quei giorni pensavo a mantenere la tenuta mia e dei miei collaboratori e a distribuire le risorse per percorrere insieme una maratona. Ricordo che un giorno chiamai il mio medico e gli chiesi: "Non ho neppure un mal di testa, neanche quei piccoli acciacchi quotidiani: come mai?". Evidentemente, la mia mente ha capito che c'erano cose più importanti di cui occuparsi, e il fisico ha reagito di conseguenza».

Dopo l'estate, è arrivata la seconda ondata. «Devo dire che a giugno non avevamo la percezione di quello che sarebbe successo in autunno. A ottobre ho pensato alla tenuta della popolazione. Lì è ripartita una nuova maratona, che è in corso ancora oggi. Ora vedo la luce in fondo al tunnel, ma è fondamentale restare molto cauti».

Ed eccoci ad oggi, con la ripartenza della scuola in presenza: «Sono soddisfatto per la ripartenza, ma ribadisco l'invito all'attenzione e alla cautela. Intanto, abbiamo riportato i ragazzi a scuola, e questo è un aspetto importantissimo per loro, per la loro socialità. La Dad è stata determinante per garantire la prosecuzione dell'attività scolastica, ma è uno strumento che rischia di aumentare la marginalità. Sono un pò preoccupato per un fenomeno inedito di aggressività minorile, e sono convinto che la piena ripresa della scuola possa contribuire a dare più senso e ordine alla vita quotidiana dei ragazzi».

Il prefetto Saccone analizza anche il rischio di possibili tensioni sociali che potrebbero emergere nei prossimi mesi: «Stiamo assistendo a una tenuta sofferta del tessuto produttivo ed economico del nostro Paese, e di Milano in particolare: ci sono settori in piena ripresa e altri che non la vedono ancora, anche perché sono legati ai momenti di socialità. Alcune avvisaglie di queste situazioni di sofferenza ci sono già state, ma sono state governate: ritengo che il ruolo delle parti sociali e delle organizzazioni sindacali sarà fondamentale». 

C'è un'immagine a cui il prefetto - svela - è particolarmente legato. Quella in  Duomo, la domenica delle Palme 2020: «L'arcivescovo Delpini che celebrava la messa, il sindaco Sala, il governatore Fontana ed io in una cattedrale deserta. Secondo me, è l'immagine che rappresenta la drammaticità di quel periodo e al tempo stesso la voglia di non arrendersi e di battere quel nemico sconosciuto».