Testimonianze di coraggio: Giuseppe Fava, la forza dirompente del giornalismo di denuncia

Giuseppe Fava
5 Gennaio 2018
Ultimo aggiornamento
Sabato 5 Gennaio 2019, ore 10:05
Fu ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984. Le sue inchieste svelarono le collusioni tra Cosa nostra e il mondo imprenditoriale di Catania nei primi anni 80

La sera del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo, saggista, sceneggiatore e giornalista indipendente stava andando al teatro Verga di Catania a prendere la nipote che stava recitando. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale, ma non fece in tempo a scendere dalla sua macchina che fu colpito alla nuca da cinque proiettili calibro 7,65. Fu il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra.

Fava aveva collaborato dal 1980 con la testata "Il Giornale del Sud", di cui fu direttore e che trasformò in un quotidiano coraggioso con l'intento di basarsi principalmente sulla narrazione della verità per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. L'esperienza al Giornale del Sud si concluse con il suo licenziamento, dopo che la rivista subì intimidazioni ed essere scampato ad un attentato dinamitardo.

Successivamente, con i suoi collaboratori fondò la cooperativa "Radar", per poter finanziare un nuovo progetto editoriale. Il primo numero del nuovo mensile, "ISiciliani”, fu pubblicata nel novembre 1982 e divenne da subito un baluardo del movimento antimafia. Le sue inchieste denunciavano continuamente la presenza della mafia negli ambiti della società, ma l’articolo che scosse maggiormente l’opinione pubblica fu quello a sua firma intitolato “I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa” in cui venivano denunciate le attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona, collegati con il clan del boss Nitto Santapaola.

A distanza dal suo omicidio, proprio le accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi vennero riconsiderate dalla magistratura che, attraverso vari procedimenti giudiziari, condannarono all'ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola. Le condanne all'ergastolo per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano sono state confermate nel 2001 dalla Corte d'appello di Catania e nel 2003 dalla Corte di Cassazione.

Giuseppe è stato un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. Viene accomunato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa come la massima espressione letteraria della Sicilia nel secondo dopoguerra.

Lo Stato ha onorato il suo sacrificio con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.