Testimonianze di coraggio: l'agguato mafioso alla Compagnia CC di Monreale

Morici, D'Aleo e Bommarito, le vittime dell'agguato mafioso del 13 giugno 1983
13 Giugno 2017
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Ultimo aggiornamento
Venerdì 15 Giugno 2018, ore 13:53
Il 13 giugno 1983, il capitano D’Aleo, l’appuntato Bommarito e il carabiniere Morici cadono vittime a Palermo di un agguato della potente cosca di San Giuseppe Jato. Sono ricordati e insigniti della Medaglia d’oro al valore civile

Il 13 giugno 1983, il capitano Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici sono vittime a Palermo di un agguato mafioso volto a eliminare il nucleo investigativo della Compagnia CC di Monreale (Pa) che, con serietà e impegno, garantiva il controllo dello Stato sul territorio; per questa ragione sono ricordati e insigniti della Medaglia d’oro al valore civile.

La Corte di Assise di Palermo, con la sentenza n. 22 del 16 novembre 2001, ha condannato i mandanti e gli esecutori materiali del triplice omicidio; i brani che seguono, estratti della sentenza, ci permettono di ricostruire le ragioni dell’agguato e il contesto storico in cui si è verificato, rievocando il coraggio e la determinazione degli appartenenti all’Arma D’Aleo, Bommarito e Morici.

"Il Capitano Mario D’Aleo era subentrato, nel comando della Compagnia dei CC. Monreale, al Capitano Emanuele Basile che era stato ucciso da Cosa Nostra il 4.5.1980. Fin dal momento del suo insediamento, il Capitano D’Aleo aveva proseguito, con lo stesso zelo, l’attività di polizia giudiziaria del suo predecessore, volta a contrastare gli interessi mafiosi nel territorio ove imperversava la potente cosca di San Giuseppe Jato, comandata da Brusca Bernardo ed avente come referente, a Monreale, Damiani Salvatore. L’ufficiale aveva, pertanto, avviato una serie di indagini indirizzate a colpire le iniziative economiche riferibili ai suddetti esponenti mafiosi ed alla cattura dei latitanti che si nascondevano nella zona, fra i quali lo stesso Brusca Bernardo, avvalendosi a tal fine anche della collaborazione dell’Appuntato Bommarito, il quale aveva già operato a fianco del Capitano Basile.” 

"Alla stregua di quanto fin qui rilevato, può dunque affermarsi che l’omicidio del Capitano D’Aleo e degli altri due militari che lo accompagnavano, è da ascriversi a Cosa Nostra. Si volle così fermare l’azione di un coraggioso Carabiniere che avrebbe potuto ledere gli interessi ed il prestigio del sodalizio nel territorio del mandamento di San Giuseppe Jato, in quel periodo divenuto uno dei più importanti di Cosa Nostra. Addirittura, il Capitano D’Aleo stava mettendo in pericolo la latitanza di due boss del calibro di Bernardo Brusca e Salvatore Riina. Pertanto, è lecito ritenere che la motivazione dell’uccisione del Capitano D’Aleo risieda nella necessità di fermare un’azione di polizia giudiziaria che prima o poi avrebbe dato i suoi frutti con danni incalcolabili, essendosi peraltro acquisita la consapevolezza che ci si trovava di fronte ad un altro servitore dello Stato assai determinato e in grado di mettere a repentaglio lo stesso prestigio da sempre goduto dai mafiosi in quel territorio”.