Intervento del ministro Lamorgese all'Accademia dei Lincei su ruolo delle donne al vertice e parità di genere

10 Dicembre 2021

Fonte: Accademia dei Lincei

10 Dicembre 2021

Ringrazio il Presidente Antonelli per questo invito a partecipare alla prima delle conferenze previste per l’Anno Accademico 2020-2021.

Il mio intervento si concentrerà sul ruolo che le donne hanno conquistato anche nei vertici della Pubblica Amministrazione e sulle sfide che questo lungo percorso comporta per il raggiungimento di una eguaglianza sostanziale tra i generi.

Nel marzo del 1947, una giovane donna di 26 anni, Teresa Mattei, prendeva la parola all’Assemblea Costituente per perorare una piccola ma significativa modifica al testo di quello che sarebbe poi diventato il secondo comma dell’articolo 3 della nostra Carta.

L’onorevole Mattei sapeva che il testo che stava prendendo forma riconosceva uguaglianza di diritti a uomini e donne, ma riteneva non fosse sufficiente una parità “formale” e che occorresse qualcosa in più per garantirla anche in modo sostanziale.
Si batté perché in quel comma dell’articolo 3 fosse aggiunto un inciso di due parole: “di fatto”.

“Voi direte che questo è un pleonasmo”, disse rivolgendosi all’Aula, e subito dopo argomentò la sua posizione invitando a guardare a quanto accaduto in altri Paesi, come, ad esempio, in Inghilterra. Lì il riconoscimento formale della parità assoluta era avvenuto già da trent’anni, ma poi nessuno si era adoperato per un riconoscimento pratico altrettanto effettivo.

“Le conquiste giuridiche che noi donne facciamo nella vita nazionale”, scandì in aula Teresa Mattei, “non possono essere realizzate pienamente nella vita se non sono accompagnate da altre conquiste, da conquiste di carattere sociale, economico…”

La battaglia di quella giovane deputata, la più giovane di quelle elette alla Costituente, ebbe successo.

Voglio partire da qui perché credo che, nell’esperienza di tutte le donne, e ancor di più nell’esperienza delle donne che ricoprono ruoli di pubblica responsabilità, accade talora di chiedersi quanto ancora manchi a realizzare, effettivamente, quella parità sostanziale.

Una parità sostanziale che richiederebbe, prima di tutto, che l’operato delle donne che ricoprono ruoli pubblici venga valutato sulla base delle loro competenze, delle loro scelte e dei risultati ottenuti, cioè guardando al merito di quelle azioni, e non all’appartenenza di genere di chi le abbia compiute.

Su un versante apparentemente opposto, si afferma la convinzione che l’individuazione di una donna per un incarico o una funzione sia di per sé un valore.
La mia opinione è che sempre, per ogni scelta, si debba guardare alla preparazione, all’esperienza e alla competenza: solo così eviteremo che il bilanciamento tra generi si traduca in un elemento di separazione se non di conflittualità.

Non è necessario che mi dilunghi su questo punto, tanto è evidente come donne impegnate in ruoli istituzionali o di governo subiscano spesso violenti attacchi sessisti, unicamente riferiti al loro essere donna.

Questo malcostume, invece di attenuarsi progressivamente, è sembrato di recente quasi aumentare, favorito da alcuni fattori che hanno come indebolito i filtri che si frapponevano alle espressioni più brutali di intolleranza di genere.

Vi ha inciso anche una certa deriva dei fenomeni di odio e di violenza verbale che trovano comodo riparo nell’anonimato che viene loro offerto dalle infinite diramazioni della Rete.
In essa, infatti, finisce per riversarsi un fiume di spietati risentimenti che alimenta le peggiori scorie del dibattito pubblico, in Italia come altrove.

A partire dagli anni ‘80, nella narrazione delle pari opportunità ha cominciato a farsi largo la metafora del “soffitto di cristallo”, per indicare quella barriera invisibile, ma resistente, di pregiudizi sociali, economici e culturali che si frappone al raggiungimento di posizioni di vertice da parte di una categoria sociale o di una minoranza.

Da allora, quella del “soffitto di cristallo” è diventata l’immagine che meglio di qualunque altra esprime la sensazione di impotenza che le donne vivono quando si sentono discriminate nel riconoscimento di una gratificazione professionale, nell’attribuzione di un incarico apicale o di una retribuzione più alta. O anche, semplicemente, nel riconoscimento sociale della posizione che già occupano.

E il “soffitto di cristallo” è diventato l’indicatore che misura le diseguaglianze di genere nel mondo del lavoro.

Il tema, come noto, è globale e non riguarda solo l’Italia o l’Europa, al punto che, nonostante i numerosi sforzi dei Governi per costruire una società più equa, paritaria e inclusiva, i dati più recenti indicano una persistente mancanza di donne in posizioni di leadership.

Secondo uno specifico rapporto sugli studi di genere del 2021, le donne occupano solo il 27% di tutte le posizioni manageriali.

Questo dato trova conferme in evidenze di analogo segno provenienti da altre fonti.

Secondo l’OCSE, le donne ricoprono poco più del 26% dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa nei Paesi sviluppati.

È questo il contesto nel quale anche i leader mondiali del G20 hanno ravvisato la necessità di una loro iniziativa forte, lanciando G20 Empower, alleanza per l’emancipazione e il progresso dell’economia femminile.

Sotto la presidenza italiana del G20, i Capi di Stato e di Governo mondiali hanno solennemente ribadito il loro impegno per l’uguaglianza di genere e sottolineato il ruolo fondamentale delle donne per uno sviluppo inclusivo e sostenibile.

La dichiarazione finale di Roma impegna i Paesi sottoscrittori a lavorare per la promozione dell’imprenditorialità e della leadership femminile, nonché per migliorare rapidamente la qualità e la quantità dell’occupazione delle donne, con attenzione anche all’eliminazione delle differenze retributive di genere.

Non posso allora nascondere la soddisfazione per il varo, da parte del Parlamento italiano, della legge n. 162 di quest’anno (legge 5 novembre 2021, n.162, in G.U. n.275 del 18 novembre 2021) volta a favorire la parità salariale tra uomini e donne.

È una significativa conquista, a cui si è giunti con l’unanimità del voto delle Camere, segno di una trasversale sensibilità e di un’attenzione al tema, difficile da riscontrare in maniera così evidente anche in altri ambiti.

Ora, ne aspettiamo con fiducia l’applicazione, rincuorati dal fatto che, grazie a questa legge, dal prossimo anno tutte le aziende dovranno dotarsi di un nuovo strumento, richiamato anche nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: la certificazione della parità di genere.

Nella storia della Repubblica, prima di me, altre due donne hanno avuto l’onore di assumere l’incarico di Ministro dell’Interno: Rosa Russo Iervolino nel 1998 e Anna Maria Cancellieri nel 2011.

Si potrebbe pensare che questa rara esperienza femminile al vertice di un Ministero d’ordine, come in passato si indicava il Viminale volendo simboleggiarne l’uso della forza, sia una specificità solo italiana.
Ma non è così.

Questo perché vi è ancora una resistenza a riconoscere alle donne una competenza di governo al di fuori di alcune nicchie settoriali che sembrano maggiormente evocare i consueti ambiti di accudimento domestico a loro riservati dalle tradizioni di costume: il campo dell’educazione, dell’assistenza, della famiglia; non la “spada”, non la “bilancia”, e nemmeno la “borsa”, i tre pilastri su cui si fonda l’idea di governo nelle civiltà occidentali.

Un pensatore profondo come Umberto Galimberti ha avuto modo, di recente, di parlare più volte dell’intelligenza delle donne sottolineando come, oltre a quella di tipo logico-matematico, esse ne posseggano anche altre declinazioni, più propriamente attinenti all’esperienza femminile, come l’intelligenza emotiva e quella sentimentale, che permettono loro di apprezzare anche aspetti meno agevolmente percepibili secondo un approccio meramente razionale.

È stato sottolineato, d’altronde, come l’assunzione di incarichi precari o altamente rischiosi, a volte rifiutati o sgraditi agli uomini, rappresenti l’altra faccia del soffitto di cristallo, cioè uno degli elevati prezzi che le donne accettano, loro malgrado, di pagare, per raggiungere posizioni adeguate ai loro talenti.

Ribaltando la prospettiva, si potrebbe anche dire che l’estrema risorsa del sistema, quando la complessità della situazione è tale da renderne oggettivamente difficile una soluzione, è affidarsi a una donna.

Essere donna, infatti, significa poter portare nella propria esperienza professionale tutte le specificità e le sfumature del lavoro femminile, fortemente incentrate sui bisogni della persona, sulla capacità di conciliazione fra la dimensione lavorativa e quella familiare, sulla propensione organizzativa.
Non ha senso, allora, voler privare la donna-leader di quelle doti che costituiscono un plus e non già un minus.

Bisogna che le donne arrivate sopra “il soffitto di cristallo” possano continuare a essere sé stesse, senza abiurare o reprimere la loro identità, senza doverla sussumere forzatamente in un’imitazione di stili e pose tipicamente maschili.

Riguardo alla mia esperienza personale, posso dire che aver infranto il “soffitto di cristallo” mi è stato reso possibile da talune peculiarità.
Certamente, per me è stato un vantaggio aver servito il Paese in una delle amministrazioni pubbliche che più hanno valorizzato la presenza femminile in ruoli di vertice.
Ad oggi le donne rappresentano oltre la metà del corpo prefettizio (664 donne e 480 uomini) e, proiezioni alla mano, questa percentuale è probabilmente destinata ad aumentare ancora in futuro.

Anche nelle altre due grandi famiglie che convivono nel nostro Ministero, la Polizia di Stato e il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ci si sta incamminando su questa strada.
Tuttavia permangono, in linea generale, difficoltà per le donne nell’ascesa verso i gradi apicali.
Gioca a loro sfavore una sommatoria di motivi penalizzanti, costituiti spesso da vincoli familiari o di altra natura, e comunque tali da precludere una più ampia libertà di scelta e di movimento sul territorio.

Ma di certo, nell’ambito della pubblica amministrazione italiana, il Corpo prefettizio ha saputo ben valorizzare le donne – tra i 171 prefetti 75 sono appunto donne - permettendo di formare una riserva di servitrici dello Stato di alto profilo, in grado di maturare esperienze e relazioni ai più elevati livelli degli apparati pubblici.

Evidenzio invece un dato culturale che attiene, ancora una volta, alla sopravvivenza di un pregiudizio diffuso, secondo cui l’ordine e la sicurezza pubblica, per essere più efficacemente gestiti, richiedano un approccio muscolare, e non già quelle doti di equilibrio, sobrietà e sensibilità istituzionale che i titolari di pubbliche responsabilità dovrebbero tutti possedere, indipendentemente dal loro genere.

È un punto su cui vorrei brevemente soffermarmi.
Senza volermi avventurare in ricostruzioni sociologiche, mi limito a osservare che veniamo da una storia millenaria di differenziazione dei ruoli di genere che – nella vita domestica come in quella lavorativa, sociale e politica – ha preteso di distinguere fra ruoli femminili e ruoli maschili, riservando a questi ultimi ambiti più istintivamente riconducibili a una vocazione militare.

La fluidificazione e l’ambivalenza dei ruoli, che hanno contraddistinto gli ultimi decenni hanno portato a un progressivo superamento di questi steccati.
Tuttavia, non bisogna dimenticare come, in una prospettiva storica, l’avvento della presenza femminile nelle forze di polizia e nelle forze armate sia ancora piuttosto recente, facendo sì che questi territori siano stati a lungo vissuti come “riserve maschili”.

Credo, naturalmente, che oggi non ci sia più alcun motivo razionale di mantenere questo sentimento di esclusività e separatezza, e man mano che la presenza femminile andrà crescendo anche ai massimi vertici degli apparati di polizia, per l’opinione pubblica risulterà più facile capire che la responsabilità della sicurezza può essere efficacemente affidata alle mani di una donna.

Mi avvio al termine, provando a tracciare qualche conclusione rispetto alle considerazioni che ho voluto condividere.
Vi sono, a mio avviso, due temi che s’intrecciano fortemente, finendo per rafforzarsi in questo rapporto, l’uno con l’altro.
Il primo riguarda gli squilibri nella rappresentanza di genere ai vertici delle classi dirigenti: sono ancora poche le donne nei ruoli chiave della politica, dell’amministrazione, dell’impresa.

Il secondo tema riguarda il pregiudizio che accompagna la valutazione del loro operato: una valutazione spesso inquinata da un approccio né neutro né oggettivo, bensì orientato da una strisciante stigmatizzazione di differenze e specificità di genere.
Tuttavia, è ormai diffusa la consapevolezza, e gli esiti del recente G20 lo confermano, di quanto questa situazione, oltre a non essere più accettabile, rappresenti un freno alla crescita sociale ed economica globale.

Non si tratta solo di colmare una distanza fra le “quantità” di persone di ciascun sesso che accedono ai ruoli di responsabilità apicale, ma anche di incidere su remore culturali che tendono a costruire l’idea stessa di “potere” in termini essenzialmente maschili, rifiutando che essa possa essere declinata anche secondo identità e sensibilità differenti da quella finora percepita come dominante.

Quello che personalmente reputo auspicabile è una parità che non sia omologazione, ma sia soprattutto inclusione, rispetto delle differenze, valorizzazione del patrimonio di competenze, saperi e intelligenze che attraversano trasversalmente le appartenenze di genere e identità.

È una varietà, una forma di ricchezza umana che probabilmente potrà aiutare a trovare soluzioni e approcci diversi, moderni e innovativi, a molti dei più delicati dossier che impegneranno il governo del mondo nei prossimi anni.
Vi ringrazio per l’attenzione.