Orazione del ministro Lamorgese in occasione dei funerali del prefetto Consigliere di Stato Carlo Mosca

1 Aprile 2021
Tema

Incredulità e sbigottimento. Sono queste le parole per descrivere l’emozione fortissima che mi ha travolto alla notizia dell’improvvisa scomparsa di Carlo Mosca. La forza d’animo e la serenità interiore che erano un suo segno distintivo trasmettevano l’idea che Carlo non potesse mai abbandonarci, perché lui c’era sempre, era presente nelle nostre vite con una discrezione amorevole, seguendone il corso anche nelle vicende familiari e personali.
Carlo, uomo profondo e buono, amava la vita e considerava, da credente, l’essere umano, ogni essere umano, una creatura meritevole di attenzione e di rispetto. È stato, in questo, un testimone esemplare del sentimento cristiano di fratellanza, quel sentimento che con gratuita prossimità lo portava a dispensare il bene.

Carlo era gentile con tutti. La parola gentile, nel suo caso, rispecchia alla perfezione la nobiltà interiore che traspariva anche nei modi, espressione del garbo squisito di un autentico galantuomo. Era impossibile non sentirlo amico, era impossibile non pensare di chiedergli consiglio nei momenti difficili, quando la sua calma saggezza appariva un rifugio, era impossibile non volergli bene. Era un uomo giusto nel senso biblico della parola.

Carlo Mosca, fin da giovane, ebbe un senso alto delle Istituzioni, che possiamo interpretare come il segno di una predestinazione al servizio dello Stato e della Repubblica, da lui amati incondizionatamente, con vero spirito di patriota. Come molti sanno, iniziò il suo lungo percorso nella Scuola militare della “Nunziatella” di Napoli. Uomo di tenaci passioni, l’ha sempre considerata la sua casa, conservava un rapporto speciale con gli amici che avevano condiviso quella stessa esperienza. La considerava formativa soprattutto del suo carattere, forgiato, tra le severe mura di Pizzofalcone, a superare le difficoltà e a vincere la naturale timidezza.

Il Ministero dell’Interno ha avuto in lui un alfiere indimenticabile. Prima nella Pubblica Sicurezza, quando, diciannovenne, entrò nell’Accademia degli Ufficiali, appena istituita, e dove restò per quasi vent’anni, fino a raggiungere il grado di tenente-colonnello; poi, dopo la Riforma, allorché, passato nei ruoli della carriera prefettizia, dimostrò, in tutti gli incarichi in cui fu chiamato, i suoi innumerevoli talenti.

Uomo colto, incline all’approfondimento e alla riflessione, ma anche uomo capace di tradurre in realtà concreta le costruzioni concettuali che erano figlie del suo studio appassionato del diritto e della sua profonda conoscenza degli ordinamenti. Fu determinante nel gettare, vent’anni fa, le basi della riforma del corpo prefettizio che da tempo attendeva una sua organica risistemazione. Una riforma coraggiosa, che, mettendosi alle spalle vecchi archetipi, richiese determinazione e soprattutto la capacità di resistere alle sirene del passato. È indiscutibile che le idee innovative che egli profuse in quel cambiamento hanno dato una nuova centralità all’istituto prefettizio. Dobbiamo essergliene grati. E mi conforta, perciò, che nei commenti e nelle dichiarazioni che hanno fatto seguito alla sua scomparsa, si sia dato atto della trascinante importanza dell’apporto che dette Carlo nel ridisegnare il profilo del “nuovo prefetto”.

Dedicò libri apprezzatissimi al sistema della sicurezza in Italia e al tema fondamentale del coordinamento delle Forze di Polizia, l’architrave della riforma di cui quest’anno, proprio oggi, ricorre il quarantennale.

Aveva del coordinamento una concezione quasi sacrale, sicuramente frutto della sua sincera visione democratica dei rapporti istituzionali. Ha insegnato, ma sarebbe più giusto dire che ha professato questa materia alla Scuola di perfezionamento delle Forze di Polizia fino alla fine dei suoi giorni.

Altro suo campo di elezione fu l’intelligence. Lo appassionava la tematica di conciliare le attività del Comparto con la difesa delle garanzie democratiche le quali per lui, intransigente e fermo nei principi, rappresentavano un baluardo invalicabile. È stato il primo ad essere insignito del Premio Francesco Cossiga, assegnato a una personalità che si sia particolarmente distinta nella diffusione della cultura e dello studio dell’intelligence nel nostro Paese.

I suoi interessi intellettuali erano vastissimi e si estendevano pressoché in ogni campo. Di profonda dottrina, aveva incarichi di docenza universitaria alla Sapienza e alla Cattolica, a cui si dedicava senza risparmio. Si distinse anche nella successiva militanza nel Consiglio di Stato, che onorò con scrupolosa dedizione anche perché avvertiva, nella sua trasparente onestà, il peso dell’amministrare la giustizia. Ma fu all’etica del servizio pubblico che ha dedicato, nell’ultima parte della sua vita, la maggiore attenzione, anche perché percepiva acutamente e con sofferenza i segni di un disfacimento morale che si manifestavano nelle troppo numerose vicende di malaffare da cui siamo afflitti.

È stato un instancabile animatore culturale. Quando prese la guida dell’Anfaci, la storica associazione dei funzionari prefettizi, dette vita a un fervore d’iniziative congressuali e convegnistiche in cui si affacciarono volti autorevoli della cultura italiana, non solo espressione del mondo giuridico, ma anche di quello filosofico e religioso.

Carlo Mosca aveva un rapporto speciale con i giovani, che amava profondamente. Ed era riamato da loro allo stesso modo. Ne amavano la generosità, la vocazione pedagogica, l’entusiasmo giovanile che trasmetteva anche nell’età canuta. Riusciva a tirar fuori da ciascuno il meglio delle proprie capacità, senza mai imporlo, ma grazie al suo esempio e alla sua paziente opera di convincimento, esercizio di una vera arte maieutica, a cui si dedicava con rara finezza umana.

È difficile e doloroso dirgli addio, perché già sentiamo un indicibile senso di perdita.

Ci mancherai moltissimo Carlo, ci mancheranno le tue parole e i tuoi pensieri, ci mancherà la calda e protettiva accoglienza che riservavi alle nostre malinconie e alle nostre difficoltà, ci mancheranno la tua acuta intelligenza e il tuo amabile candore.

Fai buon viaggio, carissimo, indimenticabile amico.
A te, come a pochi, si addice la celebre frase Paolina “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.