Prevenire il condizionamento criminale dell'economia: dal modello ablatorio al controllo terapeutico delle aziende

6 Ottobre 2021
Intervento del ministro Lamorgese alla Scuola superiore della Magistratura, Palazzo Palazzo Steria - Palermo (corso intitolato a Paolo Borsellino)

Rivolgo un saluto alle Autorità presenti che ringrazio per l'invito a intervenire a questa cerimonia di inaugurazione del Corso di Formazione, intitolato a Paolo Borsellino.

Desidero ringraziare il Sottosegretario Garofoli e il Ministro Cartabia che mi hanno preceduta e che hanno offerto interessanti spunti di riflessione all'odierno dibattito sulla gestione delle aziende contaminate dalle infiltrazioni mafiose, organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura, dalla Direzione Nazionale Antimafia e dall'Università degli Studi di Palermo, ai prestigiosi rappresentanti delle quali rivolgo un cordiale saluto.

Questo terna, infatti, negli ultimi anni è andato assumendo una sempre maggiore rilevanza nella consapevolezza che il crimine organizzato si combatte non solo con l'attività di prevenzione e di repressione, ma anche con un'efficace strategia di aggressione al patrimonio delle consorterie mafiose e con la restituzione al circuito dell'economia legale dei beni illecitamente da queste accumulati nel tempo.

Il recupero dei profitti del crimine concorre così a completare l'azione dello Stato non più limitata alla sola fase repressiva ma arricchita anche di una funzione sociale e produttiva.

Tradizionalmente, le politiche antimafia sono state incentrate sul ricorso allo strumento ablatorio, frequentemente dimostratosi, purtroppo, poco efficace per la gestione delle imprese colluse. È noto infatti che, sin dalla fase del sequestro, l'amministratore giudiziario si trova a dover fronteggiare una serie di situazioni non ordinarie, spesso caratterizzate dalla difficoltà di accedere al credito, dall'azzeramento delle commesse e dalle pretese dei creditori.

A tali criticità sovente si aggiungono anche quelle legate al ritorno alla legalità, cioè, ad esempio, la necessità di dover provvedere alla regolarizzazione di posizioni contributive e all'adeguamento alle normative in materia di sicurezza, con conseguente aggravio dei costi a carico del bilancio dell'impresa sotto sequestro.

Ciò ha favorito l'evoluzione delle politiche antimafia da una logica ablatorio-centrica ad un approccio "terapeutico", come recita l'intitolazione di questo Corso dedicato alla memoria del Procuratore Paolo Borsellino, rivolto alle misure "non spossessative" dell'azienda infiltrata dalla criminalità organizzata. Si tratta di un tema che, a partire dalla riforma del 2017 del Codice Antimafia, ha assunto una sempre maggiore rilevanza tenuto conto anche della dimostrata abilità delle organizzazioni mafiose nell'insinuarsi in realtà imprenditoriali sane per accedere alle procedure ad evidenza pubblica, riciclare denaro o ottenere consenso sociale mediante la creazione di posti di lavoro.

In tale scenario, quindi, l'introduzione di misure alternative alla confisca ha consentito di coniugare più efficacemente il sistema della prevenzione antimafia con l'esigenza di salvaguardare la libertà d'impresa e il mantenimento dei livelli occupazionali, riducendo la percentuale di "mortalità" che riguarda gli asset aziendali tra il momento del sequestro e quello della confisca definitiva.

Filo conduttore della riforma del Codice Antimafia di cui alla legge n. 161 del 2017 è infatti la ricerca di una possibile sintesi tra il libero esercizio dell'attività d'impresa ed un'efficace prevenzione dell'infiltrazione mafiosa nella stessa. In vista del raggiungimento di tale obiettivo sono state introdotte alcune significative forme di supporto finanziario, consistenti in prestiti agevolati e anche in misure di sostegno al reddito, ma soprattutto è stata operata la revisione della disciplina dell'amministrazione giudiziaria e, coordinatamente con questa, è stato introdotto ex novo l'istituto del controllo giudiziario.

La collocazione sistematica di entrambi gli strumenti nella sezione del Codice Antimafia, relativa alle misure di prevenzione diverse dalla confisca, evidenzia ulteriormente il fine perseguito dal Legislatore: consentire allo Stato, per il tramite dell'Autorità Giudiziaria, di bonificare le aziende contaminate (o anche solo a rischio di contaminazione), senza però estromettere del tutto gli imprenditori dalla gestione delle attività economiche. Con la rimodulazione dell'istituto dell'amministrazione giudiziaria e l'introduzione del controllo giudiziario, è stato pertanto rafforzato l'impianto preventivo del Codice, che risulta oggi composto di strumenti dotati ciascuno della propria autonomia concettuale e normativa ma tra di loro complementari e interconnessi.

Essi possono infatti essere modellati nella loro incisività e nel loro grado di invasività per sostenere le singole imprese che manifestano concrete possibilità di ripresa nel percorso di ritorno alla legalità. È infatti interesse dello Stato ricorrere a tutti gli strumenti messi a disposizione dal Legislatore per riportare in bonis queste realtà  imprenditoriali, laddove sussistano serie e concrete prospettive di prosecuzione dell'attività produttiva desumibili, ad esempio, dal numero dei dipendenti, dal valore del fatturato e dalla tipologia dell'attività.

A tal proposito ritengo che l'introduzione di questo principio di progressività dell'intervento prevenzionale - che si intensifica o si riduce in misura proporzionale alle esigenze del caso - possa costituire la chiave di volta per rendere più efficace l'azione dello Stato nel contrasto dell'infiltrazione della criminalità mafiosa nell'economia legale.

Ho già avuto modo di sostenere l'utilità di tutti questi strumenti, ed in particolare del controllo giudiziario, nei casi in cui il contagio mafioso non sia strutturale e non abbia il carattere della pervasività, in quanto consente di evitare di esporre le aziende, non irrimediabilmente compromesse, all'applicazione delle misure ablatorie.

Trovo ragionevole infatti che, in tali ipotesi, prevalgano soluzioni manutentive meno invasive, che puntino ad attivare meccanismi spontanei di risposta dell'organismo aziendale, facendo leva sugli anticorpi che esso è in grado di produrre in via autonoma.

Condivido altresì le posizioni di chi nel controllo giudiziario intravede segni di una solidarietà collaborativa tra gli organi dello Stato e gli operatori di mercato, in grado di neutralizzare ogni tipo di deriva illecita e di salvaguardare, al contempo, l'iniziativa economica e la libertà di impresa.

A tale ultimo riguardo è bene ribadire, infatti, che nei casi del controllo giudiziario, regolati dall'articolo 34-bis del Codice, siamo in presenza di situazioni in cui il grado di compromissione dell'impresa non attinge certamente un livello organico e si rivela piuttosto "occasionale", come letteralmente recita la norma. E' evidente che da tale scenario esulano le imprese geneticamente mafiose, del tutto strumentali all'accumulazione di capitali illeciti che, pertanto, vanno liquidate immediatamente, in quanto la loro ragione di esistenza non ha nulla a che fare con le regole del mercato e dell'economia legale.

Il controllo giudiziario risponde, invece, alla finalità di depurare le attività economiche dal rischio di inquinamento in quanto interviene in un frangente temporale in cui l'ingerenza criminale non pregiudica ancora in modo irreparabile l'integrità aziendale.

L'istituto del controllo giudiziario va a rafforzare, peraltro, un impianto normativo che già con la previsione dell'articolo 32 del decreto-legge n. 90 del 2014 ha consentito di salvare molte aziende nominando commissari in grado di sostituire un management compromesso.

Nella consapevolezza che l'efficacia del sistema di prevenzione antimafia è direttamente proporzionale alla sua capacità di rinnovarsi e di evolversi per intercettare i segnali prodromici del contagio mafioso, ritengo che non possa essere sottaciuta l'esigenza di affrontare con strumenti più incisivi quell'area indistinta nella quale si annidano le condotte-spia della compromissione.

E ciò risulta essere ancora più impellente in vista della prossima erogazione dei fondi europei per la realizzazione dei progetti inseriti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.

In tal senso, abbiamo avviato e stiamo portando avanti una riflessione sulla percorribilità di talune nuove misure amministrative - esemplate su quella del controllo giudiziario - con l'obiettivo di superare il dualismo tra informativa antimafia liberatoria e interdittiva, al fine di raggiungere quelle realtà imprenditoriali che, altrimenti, potrebbero rimanere ostaggio di una diffusa e liquida compromissione.

Occorre mettere in campo nuove iniziative per costruire un ecosistema nel quale la prevenzione ed il contrasto delle infiltrazioni mafiose nell'economia legale sono considerati alleati della ripresa economica e non ostacoli al suo rilancio.

Vorrei chiudere questo mio intervento con una riflessione suggeritami dai più recenti sviluppi sul sistema di prevenzione amministrativa antimafia. Fino a qualche tempo fa i controlli dei Prefetti, e soprattutto lo strumento dell’interdittiva, erano tacciati di rappresentare un freno per le imprese e, quindi, per lo sviluppo economico del Paese. Ora, mi sembra che ci stiamo avviando lungo un percorso che ci porterà finalmente a superare questo stigma.

L'art. 83-bis del Codice antimafia ha ampliato la possibilità delle verifiche anche al settore privato, e già abbiamo sottoscritto un importante Accordo con ANCE, la sigla di Confindustria che raggruppa le imprese dell'edilizia.

Quello che più rileva è che tale Accordo deriva da una sollecitazione di quella stessa organizzazione, consapevole evidentemente dei vantaggi, anche reputazionali, che ne discendono. Ecco, questa alleanza virtuosa, come accennavo, può rappresentare, anche in una prospettiva futura, la chiave per affermare una nuova cultura della prevenzione antimafia che dia vita ad un sempre maggiore sviluppo del partnernariato pubblico/privato, elemento fondante per la crescita del Paese.